LA FOGLIA DI FICO DEI VOUCHER

Quando a febbraio dello scorso anno il governo emanò i decreti attuativi del Jobs act, la modifica introdotta sull’utilizzo dei voucher veniva spacciata come una positiva misura compensativa rispetto a provvedimenti che rimanevano come da riforma Fornero. Nel “giorno atteso da molti anni per una parte degli italiani,ma soprattutto atteso da un’intera generazione che ha visto la politica fare la guerra ai precari ma non al precariato” (così si esprimeva il presidente del Consiglio), Renzi annunciava in conferenza stampa: “Noi rottamiamo un certo modello di diritto del lavoro e l’art. 18, i co.co.co. ed i co.co.pro.”. E quasi a giustificarsi, come uno che ce l’ha messa tutta ma di più proprio non poteva fare, il ministro del Lavoro, Poletti rimarcava che “i contratti a termine e il lavoro a chiamata non cambiano”, ma che, seppure “non siamo stati così bravi da trovare una soluzione alternativa”, in compenso “abbiamo messo mano al lavoro accessorio, i voucher, portando da 5.000 a 7.000 euro la quantità percettibile dal lavoratore”.

Pochi mesi dopo, già si parlava di boom dei vouchers e il regalo che le aziende avevano ricevuto si mostrava agli occhi di tutti. A novembre del 2015, la trasmissione di Rai3, Report trasmette un’inchiesta con la quale evidenzia l’uso furbesco dei voucher, per cui spesso i lavoratori vengono assunti per una o due ore, ma lavorano in nero per altre sei o sette ore giornaliere. Il lavoro accessorio, reso estremamente libero prima dalla riforma Fornero, che ne ha consentito l’utilizzo per qualsiasi attività e poi dal governo Renzi, che ha allargato il compenso massimo percepibile dal lavoratore, diventa così la foglia di fico che copre il lavoro nero.

Di fronte a tale evidenza, alla generazione di precari a cui si rivolgeva demagogicamente il segretario del Pd, bisogna ora raccontare una storia diversa. Perciò il lavoro accessorio, sul quale il governo Renzi ha completato il lavoro del governo Monti (mostrando anche in questo caso una evidente continuità di intenti), diventa ora, paradossalmente, non più strumento per consentire alle imprese di assumere in base a particolari contingenze (come si diceva inizialmente), ma strumento di contrasto del lavoro nero. È quanto, ad esempio, sostiene Filippo Taddei, responsabile economia e lavoro del Partito democratico, che in una intervista a Repubblica sostiene che il lavoro accessorio va bene così com’è, perché “restano un incentivo all’emersione del lavoro nero” e sarà sufficiente introdurre la tracciabilità dei buoni lavoro. Che poi è la stessa posizione del ministro Poletti. Taddei, Poletti e Renzi sembrano come compari nel gioco delle tre carte, che invitano a giocare ad un gioco a perdere e truffaldino.

A far notare l’inganno è ad esempio Marta Fana, dottoranda di ricerca in economia a Parigi, che elaborando dati dell’Inps e del ministero del Lavoro, mostra “che i voucheristi del 2015, nei sei mesi prima di diventarlo avevano un contratto a termine o a progetto”. Per fare considerazioni più precise bisognerà attendere i microdati dell’Inps, ma intanto già si nota che i lavoratori passati dal precariato dei contratti a termine o di collaborazione ad un precariato molto peggiore, qual è quello pagato con buoni lavoro, rappresentano circa il 10% dei voucheristi. Ma questo, Taddei, Poletti e Renzi non lo dicono. In pratica, la liberalizzazione del lavoro pagato con i voucher realizza spesso il passaggio da una condizione di precarietà ad una di precarietà estrema, qual è il lavoro accessorio, che espone il lavoratore, praticamente privo di diritti, alla mercé del datore di lavoro.

Altro che far emergere il sommerso. Semmai, spesso è usato come copertura del lavoro nero. Anche Repubblica, pochi giorni fa, ha citato alcuni dati forniti dall’Inail. Dopo la liberalizzazione del lavoro accessorio, sono “magicamente” aumentate le denunce di infortuni occorsi ai voucheristi: dal 2012 al 2014 (il dato del 2015 non è ancora disponibile) il numero di infortuni è più che triplicato; quello delle morti sul lavoro è raddoppiato. E guarda caso, gli infortuni dei lavoratori pagati con buoni lavoro avvengono quasi sempre lo stesso giorno del pagamento del primo voucher.

Quello che emerge dalla lettura della realtà è che la liberalizzazione del lavoro accessorio, avviata da Monti e proseguita con Renzi, altro non è che uno strumento legale per lo sfruttamento dei lavoratori. Contro di esso e contro il Jobs act, di cui la liberalizzazione del lavoro accessorio costituisce uno dei provvedimenti attuativi, occorre opporre una lotta adeguata, cioè una lotta di classe.

Carmine Tomeo

30/4/2016 www.lacittafutura.it

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