PALESTINA. Tutto cambia perché nulla cambi. Nonostante le chiacchiere diplomatiche, a Gaza e Cisgiordania tutto è come prima. Ieri Tel Aviv ha impedito il passaggio di beni prodotti nella Striscia e diretti nell’altra enclave occupata.

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Gerusalemme.
Dopo la brutalità dell’offensiva contro la Striscia di Gaza, di assedio a livello internazionale non si parla. Seppur 274 parlamentari britannici abbiano sfidato Tel Aviv e Londra votando a favore di una mozione che chiede al governo di riconoscere lo Stato di Palestina, seppure al Cairo il mondo abbia messo sul tavolo 5,4 miliardi di dollari per ricostruire una striscia di terra devastata dalle bombe israeliane, occupazione e assedio restano fuori dai discorsi ufficiali.
La decisione della Camera dei Comuni ha provocato un piccolo terremoto, costringendo il governo Netanyahu a rispondere stizzito e altri paesi europei a dire la loro. La Francia ha tenuto a precisare che un eventuale riconoscimento dello Stato palestinese da parte di Parigi dovrà essere parte della soluzione a due Stati, “quando sarà il momento giusto” e quando questo “sarà utile alla pace”. L’Italia dice ben poco: il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, in un incontro di ieri con il collega israeliano Lieberman, non ha fatto alcun accenno al riconoscimento del parlamento britannico limitandosi a ripetere la necessità di “far ripartire il processo di pace e arrivare in tempi brevi alla nascita di uno Stato palestinese, con garanzie di sicurezza per Israele”.
Intanto per la Palestina cambia ben poco. Ieri Israele ha bloccato l’invio di prodotti della Striscia (patate e datteri) diretti alla Cisgiordania, nonostante l’impegno a permettere – per la prima volta dal 2007 – il commercio tra le due enclavi occupate: “Camion che trasportavano 14 tonnellate di prodotti agricoli per la Cisgiordania sono stati costretti a tornare a Gaza, seppure Israele avesse approvato il passaggio”, fa sapere Tahseen al-Saqqa, direttore dei valichi per il Ministero dell’Agricoltura. Nessuna giustificazione ufficiale è stata data dalle autorità israeliane allo stop.
Il blocco è giunto durante la visita del segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, a cui Hamas ha chiesto di attivarsi per rompere l’assedio che da sette anni strangola Gaza. A danneggiare l’economia della Striscia, chiudendola all’esterno, è un assedio che impedisce ai prodotti gazawi di uscire: “Gaza esporta meno del 2% della sua produzione locale”, aggiunge al-Saqqa.
I sette valichi verso l’esterno (di cui sei controllati da Israele e uno, Rafah, dall’Egitto) restano chiusi. È operativo quello di Kerem Shalom, attraverso il quale Israele riempie Gaza dei propri beni di consumo, facendo di un mercato prigioniero un’ingente fonte di guadagno. Da Kerem Shalom passano – o dovrebbero passare – anche i materiali per ricostruire la Striscia. Ieri, dietro coordinamento con le Nazioni Unite, i primi 75 camion carichi di cemento e ferro sono entrati a Gaza, come annunciato in precedenza, e saranno diretti al settore privato, ovvero alla ricostruzione di case civili.
Sono 17mila le abitazioni completamente distrutte, 60mila quelle danneggiate. Un altro affare consistente: la Striscia va ricostruita totalmente e Tel Aviv sarà in grado di gestire l’ingresso dei materiali. Molti saranno acquistati in Israele, molti arriveranno dall’esterno ma costretti a transitare per i porti israeliani, con il conseguente pagamento di tasse doganali. Un giro di affari che fa segnare un altro punto al governo Netanyahu, vero vincitore del conflitto. Se nel mondo le società civili si sono schierate a fianco della Palestina, a livello diplomatico nessuna reale pressione è seguita agli appelli di quei 50 giorni di offensiva. Israele è riuscito a chiudere “Margine Protettivo” senza concedere nulla alla resistenza palestinese, costringendola a firmare un cessate il fuoco fine a se stesso.

Redazione http://nena-news.it
15/10/2014

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