Omicidi sul lavoro. Ma ve li ricordate?

uccisi in fabbrica

Ve li ricordate?
A Bari c’è Bartolomeo. Fa Deserio di cognome e ha 43 anni. Sui giornali delle sale d’aspetto dei dentisti e dei parrucchieri ci sta scritto che a 43 anni inizia la giovinezza, che non è più mica come prima. “Splendidi quarantenni”, sotto le foto, sempre così. Bartolomeo tiene pure due figli, come dice lui, uno di quattordici e l’altro di sette. E lo dice come una filastrocca. Dal 1985 lavorava in una grande impresa edile di Bari, di quelle che prendono tutte le commesse che contano laggiù in Puglia. Lui alle 4.30 del mattino si sbarbava, si sbollentava un caffè e prendeva il pulmino che raccoglie gli operai verso Brindisi, dove il cantiere apriva alle 7, mi raccomando puntuali. A dirla tutta lo guidava, Bartolomeo, il pulmino. Pulmino, cantiere, pulmino. Bari, Brindisi, Bari. Rientrava a casa alle 18.30 quando andava bene. Quattordici ore, ad andar bene. Erano le tre del pomeriggio del 1996 quando il martello pneumatico gli si è incastrato nel calcestruzzo tra l’armatura in ferro. Bartolomeo, per disincastrarlo ha fatto un salto indietro, poi due e poi tre per non rimanerci martellato: “grave trauma lombare e conseguente paralisi del verbo sciatico della gamba sinistra” c’era scritto sul certificato del medico. Zoppo a vita, insomma. Patente declassata e una paura fottuta di mostrarsi troppo zoppo. «Quando mi vedono zoppicare cosa penseranno; mi licenzieranno? Come farò a tirare avanti la mia famiglia?», racconta Bartolomeo. E quindi niente, pronto subito al ritorno in cantiere. Sforzandosi di non sembrare storpio. Ma quando 4 anni dopo c’era da scaricare dei tubi senza imbracatura perché il muletto stava impegnato e c’era da fare in fretta quella gamba non ha tenuto: trauma cranico-cervicale, nuovo foglietto. Il capo cantiere si spaventa e Bartolomeo finisce per essere rimbalzato in giro per cantieri, 14, 15 ore al giorno tutti i giorni. E poi giù, sempre peggio. Fino a quando l’azienda lo spedisce alla visita d’idoneità dal medico aziendale: non idoneo. E comincia il tunnel delle carte bollate. Ora Bartolomeo ha una grave osteoporosi vertebrale con crolli di tre vertebre dorsali, il morbo di Chron, una malattia esofagea detta metaplasia di Barrett che è una (malattia precalcerogena), gastrite cronica, ernia iatale, scoliosi e ipercifosi, ernie cervico-dorso-lombare con artrosi, spondilosi, e osteofitosi, prostatite e ipertrofia prostatica, iper- tensione arteriosa, fibrosi polmonari interstiziali, con insufficienza respi- atoria restrittiva sindrome del tunnel carpale del nervo mediano bilaterale ed ulnare di sinistra, tutte e due le braccia rovinate, ossia le ossa e i tendini dei bicipiti dei muscoli laterali e dei sovraspinosi. Lo splendido quarantenne.

Ve li ricordate?
Nicola invece era partito da Caserta per fare l’operaio in una ditta di pasta fresca a Reggio Emilia. Lui, la moglie e la loro bambina. Il 24 maggio del 2005 i carabinieri suonano il campanello della moglie e le dicono che suo marito ci è finito impastato lui, dentro la macchina impastatrice. «È come se mi fossi addentrata in un tunnel buio dove non si vede il fondo, però fatto il primo chilometro, gli occhi si sono abituati alla semi oscurità rendendo meno difficile il cammino, non so verso dove o cosa. Nel frattempo, però, a volte non ho neanche voglia di camminare. Lui è sempre il primo dei miei pensieri quando mi sveglio e l’ultimo prima di addormentarmi. Spesso parlo anche con lui, altre volte invece mi è difficile perché vorrei sentire una risposta da parte sua. È un alternarsi di giorni brutti e di giorni un po’ meno brutti.», racconta lei. Ci ha messo un anno per trovare il coraggio di dirlo alla figlia. Un anno.
Ve li ricordate?
Andrea invece aveva 23 anni. Ve lo ricordate Andrea? Era così felice della sua auto nuova, un’Opel Corsa nera come la notte, comprata a rate. L’Asoplast di Ortezzano l’aveva fatto “grande” e ora poteva avere un’auto tutta sua. “Stampaggio di materiale in propilene, pvc e tampografia”, c’era scritto sui depliant. Il 20 giugno Andrea si alza alle tre e quarantacinque del mattino per essere in fabbrica puntuale per le cinque. Da Porto Sant’Elpidio è un bel pezzo di strada. Alle sei e dieci la macchia tampografica comincia a dare problemi, Andrea le mette in stand-by e ci fruga dentro. Mancavano le “adeguate misure di sicurezza”, dice il processo. La pressa è ripartita è Andrea ci è rimasto dentro con la testa, tra i tamponi. Andrea Gagliardoni.

Ve li ricordate?
Non è mica facile ricordarseli tutti, ‘sto morti ammazzati, rimasti mezzi sderenati, finiti incastrati, mutilati, schiacciati, trinciati, calpestati, investiti, annegati, soffocati, addormentati. Morti. Dico, ve li ricordate?
Bruno Galvani, ad esempio. Bruno non era nemmeno maggiorenne. A diciassette anni era già a libro paga di una ditta artigiana. Cisterne di gasolio per uso domestico e agricoltura e cancellate in ferro: dimmi che lavoro fai e indoviniamo cosa potrebbe ucciderti. Ogni tanto funziona così, qui. Anche se alla fine Bruno dicono che gli “è andata bene”, in fondo. Se non muori sul cantiere o in fabbrica “ti è andata bene” perché in giro da qualche parte del mondo al posto tuo, con un lavoro uguale, ci è già morto sicuramente qualcuno, senza nemmeno bisogno di guardarsi le statistiche. Bruno a diciassette anni lavorava in una squadra da otto, otto operai in tutto, di cui metà minorenni e l’altra metà di anziani che per anzianità si sono eletti capi. “Prendi il muletto e sistema quelle cisterne”, gli ha detto quel giorno il capo. Come se fosse un ordine lanciato di fretta a un cameriere, con la superficialità di chi tiene il punto sulle merci e poi, solo dopo, al massimo, se c’è tempo, sulle perone. Bruno il muletto non l’aveva mai guidato in vita sua, a dire la verità. Ma a diciassette anni e con pochi mesi sulle spalle pensi che se te l’hanno chiesto funziona così. Così ci sono Bruno, il muletto, la ghiaia del piazzale e le caldaie da inforcare. E poi il buio. Come diventa buio quando si scrive, si ascolta o si racconta di questi feriti stramazzati da quattro soldi.
Bruno racconta che quando ha riaperto gli occhi come prima cosa ha pensato al dispiacere che avrebbero provato i suoi, a vederlo per terra tutto pieno di sangue. Non ha pensato a sé; al dispiacere dei suoi genitori. Racconta. E poi i colleghi di lavoro che piangono e la sirena dell’ambulanza che is avvicina. Cento punti di sutura. Gli hanno dato cento punti di suturo, gli hanno riallacciato la testa, come una cerniera. E un anno di ospedale. Più di quanto aveva fatto in azienda. Dopo un anno, i medici, la frase: “non camminerà più sulle sue gambe, caro Bruno”, gli dicono i medici. “Davanti ad una sentenza di questo genere a diciassette anni, credetemi, in quel momento vorresti che l’incidente ti avesse ucciso – lo racconta lui, così, parola per parola – che la tua vita fosse finita in quel momento e pensi che non è umanamente accettabile dover vivere per sempre da paralizzato. E tutto per colpa non dico di un incidente in moto, mentre ti stavi divertendo e facevi il pazzo. No, mentre stavi lavorando per poterti permettere una pizza con gli amici, vestiti nuovi, magari un domani un’auto usata, una vacanza con una ragazza”. Mentre Bruno racconta la sua storia non ha nemmeno un alito di rabbia nella sua voce. “A queste cose si pensa – dice Bruno – e si deve pensare a diciassette anni. Non do- ver pensare se la vita è “finita” oppure no. Se la tua ragazza ti vorrà ancora oppure se non saprà che farsene di un invalido. Che non potrai più sentire il vento nei capelli. Che i tuoi amici non ti considereranno più quello di prima. Che non avevi mai visto in giro fino a questo momento, dove in- vece sei contornato da tante altre persone giovani o vecchie nelle tue stesse condizioni fisiche, una sedia a rotelle e pensavi che una cosa del genere potesse toccare solo agli “sfortunati dalla nascita” o agli anziani. Dopo un anno di ospedale realizzi che il tuo datore di lavoro non è mai venuto a trovarti neanche una sola volta e neppure ti ha mandato una lettera. Dopo un anno di ospedale realizzi che lì, in quel posto dove conosci tutti e tutti conoscono quello che ti serve e quello che pensi e soprat-tutto tanti sono come te, ci stai troppo bene e non vuoi più andartene. Perché andartene vuole dire dover ricominciare a vivere. Vuole dire vedere gli occhi delle persone che incontri per la strada che non ti “guardano” o ancora peggio non ti “vedono”. Vuol dire, in seggiola a rotelle, fare una fatica incredibile per percorrere i marciapiedi della città ingombri di biciclette e bidoni della spazzatura. Vuol dire pensare che alla fine dovrai tornare a lavorare da qualche parte e già ti rendi conto che nessuno ti vorrà perché ti riterranno solamente “un peso sociale”. La storia di Bruno non va nemmeno toccata sulle virgole, va detta così, virgolettata come la dice lui: “Non nascondo che, soprattutto i primi anni, è stata veramente dura accettare una sorte di questo tipo. Ma poi le vicende della vita mi hanno portato a credere ancora in me stesso e nelle persone. E soprattutto a cre- dere che vale sempre la pena accettare le sfide che la vita ti riserva, per- chè cadere e poi rialzarsi è una cosa che dà una forte soddisfazione e so- prattutto ti dà la voglia di cercare di migliorare questa società che è ancora ben lontana dall’essere la società di tutti. Nel corso degli anni ho trovato una persona che mi ha amato e io ho amato lei. Oggi abbiamo due figli e difficilmente penso alla mia condizione fisica, se non davanti agli ostacoli fisici o psicologici che periodicamente ancora incontro. Oggi mi sembra una cosa normale spostarmi su una seggiola a rotelle. Ma ancora oggi non mi sembra normale che così tanti giovani (ma non solo loro) escano di casa al mattino per andare a lavorare e guadagnarsi uno stipendio e non tornano più a casa o ci tornano mutilati per sempre. Perché è vero che la vita non ha prezzo, ma è altrettanto vero che chi ha pagato un prezzo così elevato al benessere economico della nazione merita più rispetto di quello che ha oggi.” Dice così. E poi ringrazia. Perché dice che serve, che la sua storia si ascolti in giro.

Dico, ve li ricordate? No, non ce li ricordiamo mica. Perché una storia di un incidente sul lavoro, che qui dalle nostre parti chiamano morti bianche anche se il sangue è rosso come il sangue di tutti quegli altri, finisce raramente sparata sui giornali o in televisione e quando ci finisce dura giusto il tempo di una commozione tra i due spot pubblicitari. Dico, Paola Clemente, la bracciante. Ve la ricordate? Io confesso che la storia di Paola Clemente è una di quelle che mi sbriciolano il cuore. Sarà che in fondo per chi come me è cresciuto nell’are metropolitana milanese la parola “bracciante” è un suono che sembra provenire da un’altra epoca, da un altro pianeta o forse sarà che immaginare una donna (madre e moglie) che si secca sotto il sole per sgonfiarsi cadavere in mezzo ai pomodori è una storia che ha dentro tutti i peli peggiori: la dignità che si fa salsa, la schiavitù come resistenza ultima alla disperazione, il lavoro quando diventa annullamento della persona e il senso del dovere che si trasforma in giogo mortale.Paola Clemente aveva 49 anni e lavorava dalle 5.30 fino alle tre del pomeriggio, qualche volta anche alle sei, per 27 euro al giorno. Quella busta paga è una lama che affetta un Paese intero. Nemmeno tre pezzi da dieci euro per rinsecchirsi sotto il sole che sale verticale: ma come li spieghiamo questi morti ai nostri figli? Che diciamo a Stefano, suo marito, e a tutti i sopravvissuti della sua famiglia? Sono finite in carcere sei persone: tre dipendenti di un’agenzia interinale di lavoro (avvoltoi sulle costole degli sfruttati) e gli altri anelli di una catena di comando che trasforma le persone in chili di prodotto raccolto e nient’altro. Eppure sei persone, basta poco a capirlo, non possono da sole costruire una giungla che stringe la gola a pezzi interi di Paese. Mentre scriviamo la servitù bene educata continua a macinare vittime; forse non muoiono, riescono a svenire sul letto a fine giornata aggrappati all’ultimo esile respiro ma hanno addosso le stigmate dell’ingiustizia.
C’è un’ombra di giustizia, sul cadavere delle Paole che strisciano nei campi per due euro all’ora. Ma continua a essere notte sotto la calura assassina del sole.

Dico, ve la ricordate Paola? Sì, dai, che questa ve la ricordate.
Le chiamano morti bianche ma sono nere. Spesso in nero. E dai contorni grigi. Mentre scrufugliavo tra le carte per scrivere questi quattro fogli, per venire qui da voi, mi sono imbattuto in un poesia. A proposito di morti bianche. E non ci sarebbe niente di strano se non fosse che la poesia l’ha scritta Carlo Soricelli e Carlo Soricelli è un metalmeccanico in pensione, mica un uomo di lettere e di letture. Morti bianche si intitola. Dice:

Chiamatele pure morti bianche.
Ma non è il bianco dell’innocenza
non è il bianco della purezza
non è il bianco candido di una nevicata in montagna
E’il bianco di un lenzuolo, di mille lenzuoli
che ogni anno coprono sguardi fissi nel vuoto
occhi spalancati dal terrore
dalla consapevolezza che la vita sta scappando via.
Un attimo eterno che toglie ogni speranza
l’attimo di una caduta da diversi metri
dell’esalazione che toglie l’aria nei polmoni
del trattore senza protezioni che sta schiacciando
dell’impatto sulla strada verso il lavoro
del frastuono dell’esplosione che lacera la carne
di una scarica elettrica che secca il cervello.
E’ un bianco che copre le nostre coscienze
e il corpo martoriato di un lavoratore
E’ il bianco di un tramonto livido e nebbioso
di una vita che si spegne lontana dagli affetti
di lacrime e disperazione per chi rimane.
Anche quest’anno oltre mille morti
vite coperte da un lenzuolo bianco.
Bianco ipocrita che copre sangue rosso
e il nero sporco di una democrazia per pochi.
Vite perse per pochi euro al mese
da chi è spesso solo moderno schiavo.

Ecco. Morti bianche così.
Non so se avuto modo di rileggere con attenzione e calma il discorso dell’ottobre scorso del Presidente Mattarella. Perché le parole sono importanti, come diceva quel tale. “La sicurezza sul lavoro è una priorità e costituisce il banco di prova dell’efficienza di un Paese. Sul tema non è accettabile alcun calo di attenzione da parte delle istituzioni e delle forze sociali. Qualsiasi incidente sul lavoro – aggiunge – è infatti intollerabile, e anche una sola vittima infligge al corpo sociale una ferita non rimarginabile”. Ascoltate bene, le parole sono importanti. ”Un Paese moderno si misura anche dalla capacità di creare e conservare ambienti di lavoro sicuri: morire sul lavoro, ammalarsi per una causa professionale o restare invalidi o mutilati a seguito di un infortunio sul lavoro non è accettabile in un contesto industriale avanzato”, scrive il presidente della Repubblica.”Un tema essenziale in questo senso – prosegue Mattarella – è quello dell’effettività delle norme. Non è sufficiente dotarsi di una legislazione sofisticata, occorre altresì che essa venga concretamente attuata, anche nella disciplina di dettaglio”. In quel discorso Mattarella si rivolse quindi alle autorità presenti (era un convegno a Venezia) per invitarle ad adoperarsi “affinché vuoti di legislazione non si traducano in assenze di tutele per i lavoratori e in incertezze applicative per i datori di lavoro”.

È una questione di dignità. Certo. Ma è anche la questione di tutti i sopravvissuti che stanno intorno. Perché di fondo, se ne fossi capace, mi piacerebbe avere le parole per parlare dell’umanità, che si sbriciola in cantiere. Dei legami spezzati, dei padri che non tornano, dei mariti che mancano per costruire il futuro e della puzza che rimane per terra, anche se poi ti concentri a costruirci sopra villette eleganti.
C’è quella storia che è un manifesto. Si chiamava Mihai Istoc, aveva 45 anni, era un operaio, un operaio rumeno. Uno di quelli che le statistiche non ci entra nemmeno. Nemmeno l’onore di essere contato tra i morti perché lavorare in nero significa anche non meritarsi uno sputo di necrologio sincero. Mihai l’hanno trovato in un bosco, come Biancaneve. Ma morto. A Vignole di Montafia. Nel 2009. Ci sono voluti anni per capire che era caduto da un ponteggio. Stava lavorando ai lavori di ristrutturazione di una colletta a Venaria e poi s’è messo in testa di morire in un posto dove non doveva essere. Per questo il cadavere l’hanno portato nel bosco. Mi viene in mente che forse, oltre ad arrestare le persone, bisognerebbe essere capaci di arrestare i meccanismi del cervello che scattano convincendo qualcuno di poter nascondere un morto facendo finta che non esista. Ecco, storie così non sono solo mica storie di regole. Sono argini che si rompono nel campo della dignità e dell’umanità. Una cosa così. Non si può scrivere in una legge che si dovrebbe trattare qualsiasi operaio come se fosse un figlio. Ma il senso è questo. Ve lo ricordate Vincenzo Orfano? Quel maledetto mercoledì mattina doveva essere in servizio al cimitero, Vincenzo. E invece verso le 11, dopo aver timbrato il suo cartellino marcatempo, qualcuno l’ha chiamato per un sopralluogo nella sua abitazione privata, per effettuare alcuni lavori. E Vincenzo Orfano, 53enne bacolese, forse per sbarcare il lunario, forse per fare un favore ad un “amico”, si è recato sul posto, salendo su un’impalcatura di circa quattro metri dalla quale è caduto trovando la morte. Quando l’hanno chiamato, Vincenzo, che di mestiere faceva l’imbianchino, non se l’è fatto dire due volte. Si è allontanato dal lavoro e si è recato a casa dell’impiegato comunale. È salito su quella maledetta impalcatura mobile, ad un’altezza di quattro metri, e da lì è precipitato schiantandosi al suolo. L’uomo è stato immediatamente soccorso e trasportato all’ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli dove, purtroppo, è giunto ormai cadavere. Dalle successive indagini, i carabinieri si sono recati a casa dell’impiegato comunale, dove l’uomo si trovava con la moglie. Scrivono i giornali dell’epoca che “nel corso del sopralluogo, gli “007” hanno scoperto che i lavori non erano regolarmente autorizzati e che l’imbianchino 53enne non era in possesso dei previsti requisiti tecnico-professionali per svolgerlo. Inoltre, particolare ancora più inquietante è che quando i due committenti si sono accorti della tragedia avrebbero provveduto a ripulire il luogo dell’incidente dalle macchie di sangue, occultando l’impalcatura mobile e gli attrezzi da lavoro al fine di depistare le indagini”.

Qui il cantiere è solo un luogo, come il candelabro nei gialli dove bisogna scoprire l’assassino, ma la molla è la stessa. Perché oltre alle leggi è la cordialità, che manca. Quella che sta proprio nel senso della parola. Cordialità, sentire con il cuore. E queste storie, tutte, il cuore lo fanno scoppiare. Non è questione di sicurezza sul lavoro. Non solo. Qui si tratta di mettere in piedi un cantiere, un cantiere permanente, più che autorizzato, addirittura indispensabile, per costruire un Paese migliore. Buon lavoro.

Giulio Cavalli

9/5/2017 https://left.it

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