Il “buon gioco” di Emmanuel Macron

Questa volta ho fondato il fondato timore che, per i lavoratori francesi, così come già successo per gli italiani, si apprestino tempi bui.

In effetti, se è vero che essi hanno contribuito in maniera rilevante nel “crollo verticale” della popolarità di Emmanuel Macron, è, purtroppo, altrettanto vero, che – contemporaneamente – il “Renzi d’Oltrealpi” ha ultimato l’elaborazione e la presentazione di quello che è sempre stato considerato il suo più ambizioso progetto: una profonda riforma della Legislazione del lavoro francese.

Le motivazioni, che – a detta di Macron e di tutti gli esponenti politici di destra, senza dimenticarne molti tra quelli che, nonostante tutto continuano (come in Italia) a considerarsi “di sinistra” – rendevano inevitabile la (contro) riforma, sono, sostanzialmente, rappresentate dallo stesso ritornello che, per anni, ci è stato “somministrato” in Italia.

La rigidità del mercato del lavoro rappresenta un ostacolo alla crescita economica del Paese e la soluzione più efficace per favorire l’occupazione consiste nel rendere più facili i licenziamenti”!

Dal nostro versante, si è trattato di un “tormentone” che, credo, pochi abbiano dimenticato.

Una fase di contro(riforme) che, dal 2001 (I governo Berlusconi) e fino a soli pochi mesi fa (governo Renzi), attraverso l’approvazione del Job Act, ha finito con il sancire, in modo sostanziale, che – nel nostro tormentato Paese – il lavoro non è più un diritto riconosciuto e previsto dalla Carta Costituzionale, ma una qualsiasi “merce” riconducibile a oggetto di scambio – a determinate condizioni – tra due o, addirittura, più soggetti.

Mi viene in mente la divertente battuta di una bravissima “caratterista” del teatro comico napoletano, secondo la quale oggi, il datore di lavoro, va considerato alla stregua di un occasionale “donatore di lavoro”!

Nel nome quindi di quella che già in Italia era diventata una vera e propria crociata, che aveva in Pietro Ichino il suo più fervente paladino – eminenza neanche tanto “grigia” dello smantellamento dello stato di diritto di cui beneficiavano una volta i lavoratori italiani – anche di là dalle Alpi, si son voluti affermare principi secondo i quali, ad esempio:

  • rendere quanto più possibile “flessibile” il mercato del lavoro,
  • decentrare la contrattazione: il che corrisponde, in effetti, ad abbassarne il “livello”, con perdita di rilevanza ed efficacia dei contratti collettivi nazionali; soprattutto laddove – nelle imprese più piccole – non esiste alcuna rappresentanza sindacale a sostegno dei lavoratori,
  • fare, in sede locale, accordi “in deroga” – evidentemente solo di tipo “peggiorativo” – ai Ccnl,
  • “liberalizzare” il ricorso e la reiterazione dei contratti di lavoro a tempo determinato: il che rappresenta – soprattutto quando vengono eliminate anche le c. d. “causali” – l’apoteosi della “precarietà permanente” (come ampiamente documentato dalla realtà italiana),
  • “deregolamentare” le rappresentanze sindacali nelle aziende con meno di cinquanta dipendenti (numero limite delle c.d. “piccole imprese”),
  • predeterminare l’indennizzo massimo dovuto a un lavoratore licenziato senza l’esistenza di quella che, una volta, nel nostro Paese, era nota come “giusta causa”,

rappresentano tutti elementi che, nell’immediato futuro, consentiranno alle imprese di licenziare con maggiore facilità i lavoratori, ma soprattutto di assumerli senza la preoccupazione di non potersene liberare se non a prezzo di grandi difficoltà!

Si tratta, in sostanza, del “credo” – professato dal duo Renzi/Ichino – recentemente affermatosi, purtroppo, nel nostro Paese.

A questo proposito, ricordando che all’epoca il senatore Pd, nel richiedere (con veemenza e inusitata determinazione) l’applicazione di queste misure in Italia, sosteneva trattarsi di cose che “Ci chiede l’Europa”, viene da chiedersi a quale Europa intendesse realmente alludere.

Certamente, non alla Francia, considerata la drammatica attualità delle stesse contro(riforme); né, tanto meno, alla Germania.

Evidentemente, si riferiva all’esigenza, a suo parere, di equiparare le condizioni dei lavoratori italiani a quelle vigenti in paesi europei quali Polonia, Ungheria e Romania!

Tornando alla Francia di oggi, si potrebbe, nonostante tutto, ancora sperare nella grande capacità del popolo francese (non solo, quindi, dei lavoratori) di respingere il tentativo – purtroppo realizzato in Italia – di operare una profonda e forse irreversibile “controriforma” della Legislazione del lavoro.

Lo farebbero credere (e sperare) il ricordo delle grandi mobilitazioni che, anche in un recente passato, hanno sempre caratterizzato i nostri cugini d’Oltrealpi.

Penso alle imponenti manifestazioni di protesta che nel 2016 si contrapposero a un progetto – molto meno dirompente – dell’allora Presidente Francois Hollande.

Così come insegnarono, nel 1995 (sciopero generale contro il “piano Juppè”) e nel 2000 (sciopero generale della scuola), le grandi capacità di coinvolgimento dei sindacati francesi nel chiamare “a raccolta” milioni di cittadini per protestare contro iniziative governative non gradite.

Oggi però, a differenza di appena qualche anno fa, in Francia si sta realizzando una situazione che, credo, ricalchi quanto, più o meno, realizzatosi in Italia, dal 2000, nei rapporti tra Cgil, Cisl e Uil.

Infatti, mentre la più grande Confederazione sindacale “du travail”, la Cgt, ha indetto, per il 12 settembre, uno sciopero generale di protesta contro il Job act alla francese, il rappresentante della sinistra “radicale” – visto che Macron dichiara di essere di sinistra – ha scelto, per manifestare, una data diversa. Ancora peggiore è la situazione dei rapporti tra la Cgt e le altre centrali sindacali di centro-destra. La stessa Force Ouvriere, tra i sindacati che si erano maggiormente opposti al tentativo di riforma dello scorso anno, da parte di Hollande, ha deciso di non partecipare alla manifestazione del 12 prossimo.

Per dirla in breve e consapevole della sostanziale brutalità espressa, ritengo che, purtroppo, anche tra i nostri “cugini”, sia in corso una vera e propria lotta fratricida che finirà, inevitabilmente, con indebolire tutto il fronte sindacale.

Senza, peraltro, apportare alcun beneficio, in termini d’iscritti e di “peso politico” – quindi, maggiore “rappresentatività” presso i lavoratori e interlocuzione privilegiata con il governo e i c.d. “poteri forti”.

Si tratterebbe, in definitiva, di un altro fallimento di quella speranza, rivelatasi illusoria, che aveva indotto Cisl e Uil a troncare la linea d’azione sindacale unitaria – sostanzialmente perseguita fino agli anni 2000 – per intraprendere la strada degli “accordi separati” e delle divisioni “di fatto”.

Il tempo ha dimostrato che l’azione – che personalmente considerai il tentativo di “disarticolazione” del maggiore “potere di rappresentanza” e “rappresentatività” della Cgil, nei confronti delle altre due maggiori Confederazioni – ha prodotto un solo risultato; che è sotto gli occhi di tutti.

Oggi, Cgil, Cisl e Uil “contano” molto meno di quanto contassero fino ad appena pochi anni fa.

A Cisl e Uil è (forse) riuscito il tentativo di “affrancarsi” dall’ingombrante peso specifico della Cgil.

Certamente, ciò non gli è valso l’obiettivo (rivelatosi fallace) di emarginare la Cgil e restare interlocutori “privilegiati”.

Le assonanze – tra i cugini – non sono poche e i cattivi presagi, credo, non siano del tutto ingiustificati.

Mi consola, però, ancora poter sperare che – nonostante tutto – non si ripeta, in Francia, la disarticolazione del Diritto del lavoro che è stata realizzata in Italia.

Di certo, Macron ha un’ampia maggioranza parlamentare cui non mancherà di affiancarsi il sostegno del centrodestra oltre, naturalmente, a quello di una parte del centrosinistra. Potrà contare, inoltre, su di un “buon gioco” di notevole peso; che già rappresenta un suo personale successo: la conclamata divisione che caratterizza le attuali posizioni sindacali.

Personalmente, auspico che i lavoratori francesi possano contare sulla solidarietà di quei milioni di connazionali che ancora considerano il lavoro un valore costituzionale piuttosto che una merce da scambiare in un contesto falsamente riduttivo; di tipo semplicisticamente “mercantile”!

Renato Fioretti

Collaboratore redazionale di Lavoro e Salute

3/9/2017

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