Un decreto senza dignità

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Il “decreto dignità” merita un’analisi non superficiale – cui rimandiamo ai prossimi giorni, visto che dovrà affrontare il dibattito parlamentare e migliaia di emendamenti correttivi – perché rappresenta il tentativo, per molti versi disperato, dell’ala grillina del governo di competere con l’ingombrantissimo alleato Salvini.

Il terreno scelto – mercato del lavoro, diritti, indennità, ecc – lo mette però in contrasto anche con l’ala “tecnico-europeista” (a cominciare dai ministri dell’economia e degli esteri) e solleva le obiezioni del Pd, autore o corresponsabile della maggior parte dei provvedimenti che il decreto vuole modificare.

La complessità della materia consente infatti di leggere in controluce gli interessi sociali che si levano a parziale difesa, o totale condanna, di questo primo testo “sociale” prodotto dal governo; o meglio, da un un suo pezzo.

Secondo Di Maio e i Cinque Stelle questo dovrebbe rappresentare un colpo serissimo alla precarietà lavorativa, ma è difficile prendere sul serio i risultati fin qui prodotti (al netto degli emendamenti “peggiorativi” che lo attendono in Parlamento).

Prendiamo i contratti a termine. Continuano a poter essere stipulati tranquillamente, ma la loro durata massima passa da tre anni ad uno solo, con un numero totale di proroghe che scenderanno da 5 a 4 (con un lievissimo aggravio contributivo – lo 0,5% – a ogni rinnovo). Resta anche senza “causali” – ovvero l’azienda non è obbligata a dare nessuna giustificazione per questa scelta rispetto all’assunzione a tempo indeterminato – per tutto questo periodo. Soltanto se viene prorogato per un secondo anno l’azienda deve spiegare per quale ragione. Le causali possibili diventano tre: ragioni temporanee ed oggettive, estranee all’ordinaria attività del datore di lavoro, nonché sostitutive; connesse ad incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività ordinaria; relative a lavorazioni e a picchi di attività stagionali.

Non si tratta di un “rovesciamento del Jobs Act”, sicuramente, ma di un semplice limitazione all’arbitrio totale concesso alle imprese dai governi Monti-Letta-Renzi-Gentiloni.

Immediate le reazioni del mondo confindustriale e dei giornali collegati (praticamente tutti), che su questo punto specifico prevedono tra l’altro un “aumento dei contenziosi”, ossia dei ricorsi legali da parte dei lavoratori che non si vedono rinnovare il contratto o a cui viene rifiutata la trasformazione in contratto a tempo indeterminato a fine periodo, che con il Jobs Act erano praticamente impossibili.

Stesso discorso per i contratti in somministrazione, che vengono di fatto equiparati ai contratti a termine (e in effetti sono di fatto la stessa cosa, cambiando soltanto il “datore di lavoro” intestatario del contratto). Il che “costringe” le imprese a non avere più del 20% di lavoratori assunti con queste due forme di contratto precario. Restano in vigore tutte le altre (se n’è perso il conto, avendo superato le 40).

Anche qui alti lai del mondo aziendale, con Assolavoro che protesta eminaccia: «Si determinerebbe una forte riduzione occupazionale per i lavoratori in somministrazione, unitamente ad una riduzione della durata dei rapporti di lavoro con il nuovo regime delle proroghe, e con riflessi per i 10mila dipendenti diretti delle Agenzie occupate stabilmente nei 2.500 sportelli diffusi sull’intero territorio». Tradotto: se non togliete di mezzo questa indicazione, licenziamo…

Altrettanto “soft” la svolta sulle indennità dovute ai lavoratori in caso di licenziamento senza giusta causa: aumenta del 50%, passando da massimo 24 mesi a massimo 36 mesi. Ma nessun reintegro in azienda, come al tempo dell’art. 18.

Quasi irrilevanti, per le imprese che delocalizzano, ovvero le multinazionali, le “penalità” previste in caso di trasferimento della produzione altrove. Le sole aziende che avevano ricevuto aiuti di Stato (cassa integrazione, incentivi, decontribuzione, finanziamenti diretti o indiretti, ecc) dovrebbero versare sanzioni da 2 a 4 volte il beneficio ricevuto, nel caso che siano trascorsi meno di 5 anni dal ricevimento dello stesso. Il punto fondamentale è infatti l’impotenza legale dello Stato a “far pagare” imprese che chiudono e se ne vanno; puoi anche scrivere sulla carta penali superiori, ma se non prevedi il sequestro degli impianti e la continuazione della produzione (di fatto, la nazionalizzazione della fabbrica) stai sprecando fiato in minacce a vuoto.

Stesso discorso per le imprese che hanno ricevuto soldi dallo Stato ma licenziano prima dei cinque anni dall’ottenimento del beneficio. Prevedibile, in questo caso, il ricorso a innumerevoli formule legali o di bilancio per giustificare la riduzione del personale.

Il divieto di pubblicizzare il gioco d’azzardo rischia di essere così l’unica norma che non incontrerà eccessiva opposizione. Il divieto dovrebbe scattare a partire dal 1 gennaio anche per le sponsorizzazioni e «tutte le forme di comunicazione» comprese «citazioni visive ed acustiche e la sovraimpressione del nome, marchio, simboli». Le sanzioni (non mortali) ai contravventori finiranno a finanziare il fondo per il contrasto al gioco d’azzardo patologico. Salve comunque le lotterie a estrazione differita, come la Lotteria Italia, e tutti i contratti in essere. Insomma, si vedrà forse qualcosa, in un futuro abbastanza lontano…

Ha subito invece una forte sforbiciata l’annunciato provvedimento sul “fisco light” per le imprese. L’abolizione pura e semplice di «studi di settore», «redditometro», «spesometro» e «split payment» sono in parte diventati inutili con l’introduzione della “fatturazione elettronica”, in parte troppo costosi per essere attuati davvero.

Tutto qui? Tutto qui, e nemmeno tutto certo.

Se passiamo dall’analisi del testo al posizionamento politico, dobbiamo intanto registrare che Salvini ha marcato pesantemente le distanze disertando il consiglio dei ministri che doveva approvare il testo, preferendo di gran lunga farsi i selfie al Palio di Siena, città appena strappata alla finanza di marca Pd. Sono numerosi i media che riportano “indiscrezioni” d’ambiente leghista in cui, in sintesi, si spiega che la tattica salviniana sarà quella di stracciare il testo con agguati in Parlamento. Tanto sa benissimo di poter contare – in questo campo – sull’appoggio pieno di Pd e berlusconiani, dando così vita a un “secondo forno” abilitato a distruggere quei provvedimenti che i grillini ritengono fondamentali per difendere le proprie aree di consenso sociale.

Sapete come sono i fascioleghisti: “anti-europeisti” se c’è da affondare barconi e cacciare migranti, obbedienti come servi – a Confindustria e alla Troika – se si parla di interessi delle imprese…

Alessandro Avvisato
03/07/2018  contropiano.org
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