Tra reazionari e conservatori: lo spazio di manovra dei movimenti in Europa

C’è chi ha tirato un sospiro di sollievo nel constatare che nelle ultime elezioni europee l’ “onda nera” dei partiti neo-sovranisti, pur cresciuta un po’ ovunque, non è riuscita a ribaltare i rapporti di forza all’interno del parlamento europeo. Nonostante tanto i popolari quanto i socialisti abbiano perso seggi, confermando il loro trend negativo, e le forze della nuova destra abbiano incrementato sensibilmente la propria importanza, l’effetto complessivo è più quello di una frammentazione dello spettro della rappresentanza politica europea piuttosto che l’emergere di un nuovo baricentro nazionalista e xenofobo. Eppure, ancor più che soffermarsi sul pericolo scampato, bisognerebbe ricordare che nessun analista dotato di senso della realtà aveva previsto un simile scenario: la sopravvalutazione dell’effettiva minaccia alla stabilità delle istituzioni europee e di un nuovo dominio delle forze sovraniste e anti-europee è stata soprattutto l’effetto di una campagna mediatica che tutti i maggiori mezzi di stampa hanno alimentato in questi mesi.

A partire da questo effetto ottico, è però possibile rilevare quello che, a nostro parere, è il più significativo passaggio segnato da questa ultima tornata elettorale: se la rappresentanza all’interno del parlamento europeo mostra sempre più i caratteri della frammentazione, all’interno della maggior parte dei paesi membri – tranne rare eccezioni – a dominare è una scena politica assai differente da quella che avevamo conosciuto fino a pochi anni fa. Come avevano già anticipato le elezioni italiane del 4 marzo, lo spartito che definisce lo spettro politico ormai in una buona parte dell’Europa occidentale sembra aver preso lo stampo da quello tradizionalmente attribuito a quella orientale, più precisamente dal cosiddetto Blocco di Visegrad: la polarizzazione schiacciante, e senza residui, tra forze nazionaliste-reazionarie e forze europeiste liberal-conservatrici. Questa polarizzazione, imponendosi come la grammatica stessa del dibattito politico nazionale, implica quasi sempre la completa scomparsa delle opzioni considerate “di sinistra”, ridotte un po’ ovunque all’irrilevanza. Questo dato è confermato dal fatto piuttosto evidente che l’arretramento delle sinistre in Europa riguarda tutte le varianti disponibili sullo scacchiere: da Tsipras a Corbyn, da Iglesias a Mélenchon, per citarne solo alcuni. E in Italia è andata ancora peggio.

Nonostante sarebbe opportuno soffermarsi sulle pur rilevanti differenziazioni all’interno del campo sovranista, l’effetto politicamente più vistoso sul terreno elettorale del “ciclo reazionario europeo” è proprio la produzione di questo spazio chiuso e binario e l’esaurimento di quel tanto sbandierato (quanto per nulla verificato) “momento populista” per la sinistra in Europa. L’affermazione in alcuni paesi dei partiti politici green complica certamente il quadro, senza però – per ora – smentirlo: sia perché questo fenomeno si registra solo in alcuni paesi (soprattutto nordici) sia perché i partiti greennella maggior parte dei casi sono segnati da un certo trasversalismo politico difficilmente riducibile al dualismo tra destra sinistra. Guardando all’Italia, non c’è stata una significativa sedimentazione elettorale delle pur notevoli mobilitazioni giovanile per la salvezza del pianeta. Il 2,3% dei Verdi, che da anni erano quasi scomparsi dalla scena politica, è forse un pallido e insufficiente riflesso di quelle mobilitazioni.

Più che l’affermazione dell’onda nera, dunque, è il consolidarsi di questo nuovo spazio politico pseudo-bipolare a dover essere posto al centro della discussione politica. Questo per una ragione principale: la rappresentazione dello spazio politico come suddivisa tra forze reazionarie e liberal-conservatrici descrive certamente l’esistenza di un confronto tra opzioni differenti, ma non precisamente un’alternativa radicale. Se infatti si guarda al contenuto delle politiche, reazionari e conservatori rappresentano piuttosto delle varianti interne a uno stesso paradigma di governo, quello neoliberale. In questo senso, la torsione autoritaria che sta investendo molti sistemi politici nazionali, così come l’emergere sempre più pronunciato di chiusure ed esclusioni sul fronte delle politiche sociali e migratorie, è una tendenza nient’affatto esclusiva delle forze nazionaliste: spesso queste stesse politiche sono state preparate, quando non anticipate, da formazioni appartenenti al vecchio quadro politico.

Tutte le esperienze di lotta e le espressioni politiche che si collocano fuori e contro questo paradigma, sembrano non incidere sul quadro elettorale.

Il caso più eclatante in questo senso è certamente quello francese, dove dal mese di novembre un movimento di enorme portata e radicalità contro il Presidente Emmanuel Macron, pur raccogliendo un ampio consenso popolare, sembra non aver determinato nessun rilevante spostamento di voti proprio a causa di una campagna elettorale tutta centrata sullo scontro tra destra sovranista e destra neoliberale (Marine Le Pen ha infatti vinto di misura confermando i voti del 2014).

Lo stesso vale per l’insieme delle mobilitazioni e lotte sociali che stanno segnando, in modo non marginale, la vita politica di molti paesi europei – e da questo punto di vista è esemplare la probabile emarginazione di Podemos dalla maggioranza spagnola a guida socialista.

L’Italia non fa eccezione. L’ultimo periodo del governo gialloverde era stato infatti caratterizzato da un’intensificazione delle mobilitazioni sociali: almeno a partire dalle manifestazioni  antirazziste, ambientaliste e femministe del mese di marzo, che hanno avuto il loro culmine nel corteo contro il convegno di Verona – dove il movimento transfemminista di Non Una Di Meno aveva fatto emergere con chiarezza la vocazione reazionaria del salvinismo, proseguendo poi con le molte mobilitazioni anti-fasciste che in tutta Italia avevano contestato il progetto politico autoritario del ministro degli Interni – in molti, erroneamente, avevano pensato che quelle mobilitazioni avrebbero immediatamente indebolito il consenso di Salvini. Così non è stato: mentre la costitutiva ambiguità politica e sociale del Movimento 5 Stelle si è ingloriosamente prosciugata, il risultato elettorale italiano mostra quanto attorno alla figura di Matteo Salvini si sia consolidato un blocco sociale sempre più ampio e compatto che unisce ai piccoli proprietari e all’imprenditorialità diffusa settentrionali, anche il voto tradizionalmente moderato e conservatore e parti dei ceti popolari, come parzialmente dimostra il massiccio travaso di voti dal Movimento 5 stelle. Quel particolare assemblaggio di ceti ben rappresentato dalla “manovra del popolo”, ha assunto ora una nuova dominanza. A conti fatti, i Cinquestelle sono stati i principali agenti di un progetto egemonico su cui ora non hanno più alcun controllo e che li sta ponendo di fronte a processi disgregativi assai rapidi e non rimediabili con frettolosi cambiamenti di stile, come nell’ultima fase della campagna elettorale.

Bisognerà vedere come il consolidamento del blocco salviniano – e il suo rapporto con un collega di governo messo al muro – reagirà alle tensioni che presto arriveranno sul fronte delle politiche economiche, quando al razzismo istituzionale e all’autoritarismo si assocerà un’inevitabile connotazione di classe. E quando la controparte neoliberale non sarà il debole Pd ma la governance europea, supportata dai mercati.

Questo allargamento della base salviniana non dimostra affatto, però, che quel ciclo di contestazioni non fosse utile. Non lo è stato – per ora – per scalfire il consenso di una parte (comunque minoritaria) della popolazione italiana. Lo sarà, senza dubbio, per consolidare altri assemblaggi sociali alternativi che nasceranno dall’intreccio delle lotte future e che dovranno inventare, loro stessi, nuove forme politiche.

Nell’immediato è quanto mai necessario estendere le mobilitazioni insieme a quella larga parte di popolazione che si è dimostrata indisponibilie a rimanere in silenzio dentro questa fase politica. Per mettere da subito i bastoni tra le ruote ai provvedimenti liberticidi, razzisti, sessisti, pro-tav e anti-sud che il leader della Lega ha già messo sul piatto delle trattative.

Finché queste non mostreranno che dietro la torsione neo-autoritaria e razzista si nasconde la rinnovata ferocia del capitalismo neoliberale, questi conflitti non riusciranno a rompere il quadro segnato dalla falsa alternativa tra reazionari e conservatori. Finché questa nuova politica femminista, anti-razzista e di classe non assumerà il piano transnazionale come il proprio terreno di conflitto, il ciclo politico reazionario continuerà a dominare la scena europea.

29/5/2019 www.dinamopress.it

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