Rete Tim: le mire della finanza e quello strano impiego del risparmio postale degli italiani

Il Consiglio di amministrazione di Cassa depositi e prestiti ha deciso di dare il via libera alla presentazione di un’offerta non vincolante da parte di Cdp Equity Spa, congiuntamente a Macquarie asset management, per l’acquisto della costituenda NetCo di Tim, che ricomprenderà la rete infrastrutturale e la partecipazione in Sparkle.

L’offerta dovrebbe essere articolata in 10 miliardi di euro di liquidità e in otto miliardi di debito a cui si aggiunge un earn-out da due miliardi che verrebbero pagati all’avveramento di alcune condizioni. Si tratta di una proposta che deve contrastare quella del fondo Kkr che è strutturata, approssimativamente, su 10 miliardi di debito e 10 di equity in base alla valorizzazione di Fibercop in cui il fondo americano ha investito due anni fa 1,8 miliardi aggiudicandosene il 37,5%.

La domanda che nasce spontanea di fronte ad una simile ipotesi è riconducibile alla motivazione per cui Cassa depositi e prestiti abbia fatto una simile scelta, associandosi con un grande fondo come Maquarie e dunque destinando il risparmio postale degli italiani a un’operazione che presenta diverse incognite. La prima ha a che fare con la decisione di accettare lo “spezzatino” di Tim, visto che l’offerta riguarda solo la NetCo, dove è presente soltanto la rete infrastrutturale, con un’evidente separazione della gestione. Una soluzione, peraltro, che era stata in precedenza criticata anche da Fratelli d’Italia. Lo “spezzatino” significa, certamente, una svalutazione delle attività distinte dalla rete con conseguenze non banali in termini occupazionali.

La seconda incognita è relativa proprio alla scelta del partner Macquarie che, oltre ad avere importanti partecipazioni nel nostro Paese, a cominciare da Autostrade per l’Italia, è anche presente in Open Fiber, la rete concorrente di Tim. Dunque l’acquisto della NetCo di Tim configura una posizione di sostanziale monopolio che, oltre ad essere alquanto pericolosa, può incontrare numerose resistenze da parte dell’Antitrust europeo.

Sull’intera operazione pende poi l’incognita Vivendi, primo azionista di Tim con il 23,75%, che pare intenzionato a pretendere 31 miliardi di euro per accettare le ipotesi in campo e quindi può utilizzare il proprio peso in assemblea per ottenere un prezzo più alto e poi uscire del tutto da Tim, con scossoni non banali. La sensazione pertanto è che Cassa depositi e prestiti si sia incamminata su una strada molto insidiosa che certamente ha poco a che vedere con le ventilate ipotesi di nazionalizzazione, formulate in maniera grintosa dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, e che sembra invece ricondurre a logiche finanziarie piuttosto che industriali.

Il partenariato con i grandi fondi è concepito, in tale ottica, per “compiacere” il mercato finanziario e ottenere quindi un miglior corso azionario rispetto alla temuta nazionalizzazione: non è però chiaro se costa meno, data l’inevitabile svalutazione di una parte degli asset generata dal già ricordato spezzatino. Ma c’è un dato forse ancora più rilevante.

Non sarebbe da escludere che di fronte alla doppia proposta di Cdp-Macquarie e KKr, la scelta di Tim, anche su suggerimento -molto finanziario- di Vivendi, sia quella di mettere insieme le due offerte e generare quindi una proprietà dove la presenza “pubblica” di Cdp sarebbe ancora più diluita con grande gioia dei principali azionisti di Macquarie e Kkr che, guarda caso, sono in parte gli stessi e annoverano i colossi della finanza hedge, a cominciare da Vanguard e BlackRock.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

8/3/2023 https://altreconomia.it

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