Meloni ’24 – A che punto è la notte
La conferenza stampa d’inizio anno di Giorgia Meloni ha dato la misura, desolante, di quanto in basso sia caduto il nostro Paese. Che per la verità molto in alto non era mai stato, ma a un livello così infimo, negli ultimi decenni, non era mai arrivato. Una classe di governo da suburra. Un mondo giornalistico da paese di sonnambuli (secondo la definizione del Censis). Questa la doppia immagine, diacronica, delle tre ore e passa di “conversazione” della Presidente del Consiglio con i propri sudditi. E due domande, che sorgono spontanee:
“E’ concepibile, in un Paese europeo occidentale, una Premier che in un’interlocuzione ufficiale usa un linguaggio da taverna o da banda giovanile (più volte il termine ‘basita’, ‘me sto a morì, rega’, ecc.), mente spudoratamente sulle proprie politiche, ribatte alla denuncia di fatti puntuali di corruzione con argomenti da asilo infantile (‘e allora gli altri’), si rifugia nella battuta facile o nella retorica di piccolo gruppo (l’elogio della militanza della sorella), ecc. ecc.?”
E dall’altra parte: ”Come giudicare un mondo giornalistico che nella gran parte assiste a un simile spettacolo in rispettoso silenzio, senza un moto di protesta, d’indignazione, senza neppur tentare di replicare alle falsificazioni più pacchiane, sorridendo compiacente alle battutacce, o limitandosi a registrare le forzature e le stesse bugie, insomma, accettando di farsi umiliare nell’esercizio del proprio mestiere?” Avevano davanti una che aveva appena imposto una “legge bavaglio” per chiudere la bocca a chi, fra loro, avesse ancora la velleità di rivelare i panni sporchi delle figure di potere documentate nelle inchieste giudiziarie. E che ha in animo, parola del fedele Mollicone, di commissariare l’editoria imponendo un controllo preventivo sulle notizie con certificazione governativa della loro pubblicabilità (!!!). E non sono riusciti a esprimere non dico un moto di protesta (che sarebbe chieder troppo) ma neppure un segno di dignità offesa, nei confronti di chi toglie loro i fondamentali strumenti del mestiere. Stavano lì, seduti ad ascoltare una che nel denunciare l’esistenza di oscure trame nei suoi confronti, complotti e ricatti minacciosi, se ne usciva dicendo di non “chiederle di essere più precisa”. Cioè di rinunciare a esercitare il primo dovere che la deontologia professionale imporrebbe a un giornalista – ovvero richiedere a chi esercita il potere e muove accuse di “essere preciso” -, e non hanno fatto un plisset. Per poi correre nella loro maggioranza, sia pur con qualche nobile eccezione, a stilare le elegie che abbiamo letto il giorno dopo sulle prime pagine dei quotidiano nazionali, su come sia diventata brava la premier a gestire quanto, all’inizio, ai tempi di Cutro, ne aveva rivelato il catastrofico imbarazzo ad affrontare il confronto pubblico. E come avesse funzionato il dressage cui si era evidentemente sottoposta nei giorni dei due lunghi rinvii per controllare le pulsioni di un carattere strutturalmente insofferente all’interlocuzione non sottomessa.
Nessuno si è soffermato sulla fisiognomica messa in campo in quelle tre ore. Sul linguaggio del corpo che perforava la melina verbale col suo non-dir-nulla delle parole: le fronti aggrottate, le palpebre abbassate a significar noia, gli angoli della bocca piegati in segno di disgusto, irrisione, fastidio, l’esoftalmo – ovvero la protrusione del bulbo oculare – come maschera aggressiva. Repertorio per molti aspetti tribale di forme comunicative frontalmente contrapposte all’idea stessa del dialogo, del libero confronto, delle condizioni essenziali di una democrazia discorsiva come quella che dovrebbe caratterizzare un Paese moderno. E alla fine quasi tutti a spiegarci quanto sia diventata brava Lei, quanto “mestiere” abbia accumulato nel praticare l’arte della comunicazione. Insomma, una fuoriclasse, se non fosse penalizzata dall’armata Brancaleone che si ritrova intorno. Appesantita da seguaci non alla sua “altezza”, fastidiosi per lei stessa poverina, gregari che anziché portare acqua al mulino del Capo lo mettono a secco. Zavorra che tira giù una che potrebbe, di per sé, volare alto. Argomento che abbiamo sentito infinite volte in questi giorni di clamorose cadute tra le file dei Fratelli-coltelli, che si tratti del pistolero Pozzolo o del suo incauto ospite Delmastro, dei manipoli di Acca Larenzia o del loro avvocato d’ufficio La Russa, del cognato Lollo il denunciatore della “sostituzione etnica” o del sodale Rampulli, il fustigatore delle stelle sull’albero di Natale…
Val la pena soffermarsi su questo vezzo che ha contagiato una parte ampia del mondo politico e dell’ambiente giornalistico, perché è indice di un vizio grave. Di una tara storica, direbbe uno come Piero Gobetti. La tendenza a scaricare sui gregari le colpe del Capo, o se si preferisce a costruire la damnatio di chi sta sotto per meglio tessere la laudatio di chi sta in cima, è uno dei sintomi, forse quello più insidioso, dello spirito servile degli individui e dei gruppi. E’ la cifra con cui i servi contenti svolgono la propria funzione nella costruzione del consenso, o nella dissuasione del dissenso, nei contesti gerarchico-autoritari. O, se si preferisce, nei “Regimi”, siano essi conclamati o in fieri Durante il fascismo era regola comune scaricare sui gerarchi le colpe dei casi nefasti per preservarne il Duce e i suoi fasti. Con Giorgia Meloni questa pratica è ritornata a essere preoccupantemente diffusa. Anche in settori insospettabili dell’opinione pubblica e degli opinion leader.
E allora, giusto per vaccinarci almeno noi da questo virus, diciamocele alcune verità. A cominciare dal fatto che tra Giorgia Meloni e il circo Barnum che si è portata con sé al vertice dello Stato (per lo meno quelli che come lei arrivano dalle primitive propaggini missine e l’hanno accompagnata nella lunga attraversata del deserto) non c’è nessuna differenza, tranne quella tra i ruoli assunti. Ma dal punto di vista delle rispettive storie (delle “biografie politiche”), della cultura (si fa per dire) politica di ognuno dei personaggi, delle rispettive radici, dei valori (o meglio disvalori) di riferimento, dei processi di formazione, la “premier” e il cerchio ristretto dei fedelissimi che la circondano sono la stessa cosa. Sono impastati della stessa materia oscura. Condividono miti, riti, liturgie, odi e amori. In forma quasi patologica, come avviene nel caso delle classiche “comunità” intese nel senso più profondamente organico: le comunità “di destino”. O “di combattimento”. Quelle in cui gli affiliati si sentono parte dello stesso sangue e dello stesso suolo, impegnati in una difesa a ogni costo, qualunque ne siano meriti o colpe, di ognuno, perché si è militato nelle stesse trincee, si sono condivise le stesse prove estreme, i medesimi oltrepassamenti dei limiti, le identiche solitudini minoritarie. Contesti in cui ci si unisce nell’odio per l’esterno assunto come nemico e nella determinazione a non tradire (“boia chi molla è il grido di battaglia”) chi ne sta dentro.
Per questo Acca Larentia non è un luogo, e un fatto, marginale. Episodio di cronaca. Ha un significato rivelatore importante, perché lì, in quel punto, s’incrociano passato e presente dell’attuale leadership nazionale, intorno a un grumo identitario forte, di cui i saluti romani non sono orpello più o meno grottesco, ma simboli di memoria condivisa che disvela come la radice di questo segmento centrale di classe politica assurta a ruolo di governo affondi le radici nel campo più torbido della guerra civile a bassa intensità che ha caratterizzato gli anni settanta e ottanta, nelle falangi del neofascismo romano che fu allora tra i più turbolenti: quello in cui maturò lo spontaneismo armato dei fratelli Fioravanti, ed erano quotidiane le pratiche squadriste delle sezioni della Balduina, di Colle Oppio, di via delle Medaglie d’oro (da cui uscirono, non dimentichiamolo, gli assassini di Walter Rossi). Per anni, le celebrazioni lugubri di quell’episodio indubbiamente atroce del 7 gennaio, di quell’esecuzione gratuita, sono state l’occasione per i militanti post-missini, di rinverdire i lustri di quelle battaglie, e confermare con i simboli le proprie fedi rinnovate. A quei rituali Giorgia Meloni ha partecipato con zelo, accompagnata non certo da stinchi di santo (una volta persino a fianco di quel Giuliano Castellino, già di Forza Nuova e prima missino, recentemente condannato per l’assalto alla CGIL – si veda il video di Report al minuto 51,21), e con lei parte del nucleo originario, di più antica militanza, di Fratelli d’Italia.
Per questo spiace che ancora così tanti commentatori, sulla stampa e nei media, anche gente d’indubbia formazione politica di sinistra e di elevato livello intellettuale – gente come Massimo Cacciari, o Antonio Padellaro per far solo due nomi – non colgano il nesso stretto tra “questione antifascista” e qualità politica del governo Meloni. Che alzino il sopracciglio con infastidito gesto d’insofferenza quando si denuncia il carattere esplicitamente anti-antifascista di questa classe di governo a cominciare dal suo massimo vertice, quasi si trattasse di una sorta di feticismo archeologico perduto tra le nebbie del passato quando occorrerebbe concentrarsi esclusivamente sulla critica del presente e sulla attuale, non “atavica”, incapacità degli uomini (e delle donne) di Meloni ad affrontare le emergenze economiche e sociali del Paese. O che uno come Alessandro De Angelis contesti a Elly Schlein di aver enfatizzato, nel suo intervento alla Camera, la gravità della manifestazione di Acca Larenzia, in particolare la frase secondo cui “Acca Larentia è il fermo immagine di un paese in cui non ci riconosciamo”, tacciata addirittura come “torsione gruppettara”, sintomo di minoritarismo e dell’incapacità di cogliere il carattere episodico, limitato, confinato nella minuscola nicchia del neofascismo militante mentre l’Italia sarebbe altro. Tesi ribadita, sullo stesso portale di Huffington Post, dal suo direttore, Mattia Feltri, che anziché con Meloni e i suoi ministri se la prende con Conte, reo di non aver identificato il vero fascista, anzi “il fascistissimo” in giro per il mondo, ovvero Putin, nella sua presa di posizione contro l’invio delle armi in Ucraina: altro che gli sfigati di Acca Larenzia.
Ecco, tutto questo accanirsi a sminuire, minimizzare, derubricare mostra una preoccupante incapacità di capire come il curriculum di una classe politica sia intrinsecamente connesso con la sua qualità nella focalizzazione e risoluzione dei problemi. Che un gruppo dirigente proveniente da un percorso di formazione all’insegna della nostalgia per un passato aberrante e distruttivo è inevitabilmente segnato da una bassa qualità, o dall’assenza di qualità. O, al limite, da qualità negative, quali una visione improntata a una sorta di darwinismo sociale, al culto della forza e della sopraffazione, al ricorso a stilemi retorici distorcenti. Per questo continuiamo a ribadire l’inseparabilità tra “questione antifascista” e questione politica e sociale, in una parola: “Questione democratica”. E insieme consideriamo patetica l’invocazione, che sorge un po’ dappertutto nella sfera politica e mediatica, alla Presidente del Consiglio a “prendere le distanze”, a dire almeno una parola di dissociazione, e separare se stessa da quei manipoli che degradano l’immagine dell’Italia in Europa e nel mondo. Patetica perché ignora che Giorgia Meloni è ciò che è. Parte di quella storia, di quella vicenda fino a qualche anno fa minoritaria. Segnata da quell’imprinting. Dalla dipendenza da quei padri fondatori, come Giorgio Almirante, il vero anello di congiunzione tra gli orrori della Repubblica sociale e il neofascismo missino post-bellico. Si legga il libro di Davide Conti, Fascisti contro la democrazia, si presti attenzione soprattutto al sottotitolo: “Almirante e Rauti alle radici della destra italiana”(e se il libro richiedesse troppo tempo se ne legga almeno l’ampia recensione di Antonella Tarpino). Vi si dimostra con rigorosa documentazione come l’Msi di Giorgio Almirante sia ex origine implicato con quel “sovversivismo” che il clima della Guerra fredda aveva coltivato e protetto sul confine labile tra legalità e illegalità, e come in particolare dalla fine degli anni sessanta quel partito e quell’”ambiente” sia stato parte attiva in quella “strategia della tensione” che costituiva insieme l’effetto di una vocazione violenta e la fonte di legittimazione di pratiche estreme. Vi si trova anche una perfetta descrizione della “doppiezza” tradizionale almirantiana, intreccio – esattamente come oggi – di “cattivismo” e di “vittimismo” (si pensi alla teoria delle “trame bianche” per allontanare da sé il sospetto di complicità con lo stragismo). Chiedere a Giorgia Meloni di “prendere le distanze” da quel retroterra significherebbe chiederle di prendere le distanze da se stessa: una cosa che potrebbe magari anche fare se tiratavi per i capelli, ma che non sarebbe certo gesto di sincerità politica e culturale, anzi.
E a proposito di Almirante, è bene ricordarsi sempre che fu lui, il 5 maggio del 1942, sulla famigerata rivista “La difesa della razza” di cui era allora capo-redattore, a scrivere il seguente testo: “Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato Paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d’una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore … Altrimenti finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue”. Questo è l’uomo al cui nome gli amministratori di Fratelli d’Italia chiedono di dedicare strade e piazze, e che Giorgia Meloni ha ricordato, poco tempo fa, nel 32esimo anniversario della morte, come “Un grande uomo, un grande politico, un Patriota” (sic), non dimenticando mai di invocarlo come padre spirituale (“Amore per l’Italia, onestà, coerenza e coraggio sono valori che ha trasmesso alla Destra italiana e che portiamo avanti ogni giorno”, aveva aggiunto). Ora, che questa gente, oggi, a proposito di Israele e Palestina, si permetta di dispensare in giro attestazioni di filosemitismo e di antisemitismo, fa parte di quel vero “mondo alla rovescia” – non quello di cui vaneggia il generale Vannacci – che tanto ci chiude la gola per l’angoscia.
Marco revelli
11/1/2024 https://volerelaluna.it/
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