Detenzione amministrativa, CPR, salute: un dialogo “basagliano”

Fonte: Trattenuti, Action Aid

Riflessioni sul razzismo strutturale di un’istituzione totale contemporanea

Il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, nel suo rapporto del 2019-2020 descriveva la detenzione amministrativa come «un meccanismo di marginalità sociale, confino e sottrazione temporanea allo sguardo della collettività di persone che le Autorità non intendono includere, ma che al tempo stesso non riescono nemmeno ad allontanare. (…) Come se l’individuo smettesse di essere persona con una propria totalità umana da preservare nella sua intrinseca dignità, dimensione sociale, culturale relazionale e religiosa per essere ridotta esclusivamente a corpo da trattenere e confinare».

Questo regime di privazione ha sulle persone recluse degli effetti devastanti da un punto di vista psicologico e sanitario: spesso nelle strutture scoppiano epidemie infettive e dermatologiche, le condizioni di salute si aggravano come anche quelle psicologiche, con vere e proprie crisi di autolesionismo diffuso, tentati e avvenuti suicidi.

I CPR sono luoghi altamente medicalizzati e alle persone detenute vengono somministrati farmaci in maniera massiccia anche senza specifiche prescrizioni specialistiche. Per sempre più professionisti del settore medico, psicologico e psichiatrico, questi aspetti evidenziano una vera e propria patogenicità della detenzione amministrativa e dei CPR, che riproducono l’orrore della tortura dei vecchi  ospedali psichiatrici, chiusi grazie alla battaglia avviata da Franco Basaglia.

A un anno dal centenario dalla sua nascita, pubblichiamo questo dialogo tra professionisti ed esperti del settore attorno e attraverso queste riflessioni, per una prospettiva abolizionista che metta al centro la salute della persona e dell’intera comunità.

Questo dialogo è tra Nicola Cocco, Antonello D’Elia, Francesca Esposito, Francesca Podavini ed è stato curato da Francesco Tonoli. L’introduzione è di Nicoletta Alessio.

Il 22 marzo queste riflessioni saranno al centro delle iniziative chiamate a Torino dalla Rete Mai Più Lager – No ai CPR, il Forum di Salute Mentale, il Legal Team – Torino e la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM): un presidio di fronte al CPR di Corso Brunelleschi di prossima riapertura 1alle 10:30 e a seguire un incontro all’Università di Torino alle 14:00.

NC: Io sono Nicola Cocco. Sono infettivologo e lavoro nelle carceri di Milano. Ho alle spalle un percorso in ambito umanitario e da qualche anno seguo da vicino la questione della detenzione amministrativa e, in particolare, le connessioni fra detenzione e salute per la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni e per la Rete Mai più lager – No ai CPR.

FE: Io sono Francesca Esposito. Di formazione, sono psicologa di comunità. Ho lavorato per anni nei settori della salute mentale comunitaria e nei movimenti per la deistituzionalizzazione e la chiusura degli ospedali psichiatrici. In particolare in Portogallo, dove ho collaborato con José Ornelas e il gruppo AEIPS. Mi sono occupata di detenzione amministrativa, sia come parte del mio lavoro di ricerca sia in quanto attivista transfemminista e abolizionista. Mi sono avvicinata per la prima volta alla questione della detenzione tra 2009 e 2010, quando insieme alle compagne della Cooperativa Sociale Befree abbiamo avviato, nell’allora CIE (centri di identificazione ed espulsione, oggi CPR: centri di permanenza per il rimpatrio) di Ponte Galeria a Roma, uno sportello settimanale rivolto a donne con esperienza di violenza di genere e sfruttamento. È già da un po’ di tempo che io e Nicola ci scambiamo idee e riflessioni su queste tematiche, e su come coniugare attivismo, ricerca e forme più creative di intervento. 

FP: Io sono Francesca Podavini. Sono psichiatra e lavoro da sempre nel servizio pubblico. Il mio ambito d’interesse riguarda l’etnopsichiatria. Me ne sono occupata a partire dal corso di medicina prima e della specialità poi, insieme alla Professoressa Vanna Berlincioni, all’interno di un ambulatorio di etnopsichiatria. L’altra esperienza di questi anni, significativa anche rispetto a questo dialogo, è stato il lavoro sul territorio, nel centro di salute mentale (CSM). Ora lavoro presso l’ASST Franciacorta, ma ho anche lavorato per due anni e mezzo – fino a dicembre 2021 – alle REMS (residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) di Castiglione delle Stiviere, nell’ex ospedale giudiziario (OPG). Posso quindi dire di aver vissuto sulla mia stessa pelle l’esperienza dell’istituzione totale. Per quanto riguarda la mia formazione psicoterapeutica, ho frequentato la scuola di psicoterapia fenomenologico-dinamica di Firenze. 

AD: Io sono Antonello D’Elia, psichiatra. Ho lavorato per circa 35 anni circa nei servizi, da cui sono in pensione da metà del 2019. Ho lavorato per un periodo di un paio d’anni con Medici Senza Frontiere (MSF) nell’ambulatorio per le vittime di tortura. Poi, alla chiusura del progetto, ho iniziato a collaborare con Nodo Sankarà, un ambulatorio psicosociale aperto dedicato a persone della migrazione. Lavoriamo con un dispositivo etnoclinico mutuato in parte dall’Associazione Frantz Fanon, con cui ho avuto diversi contatti fin dai tempi in cui lavoravo a Torino dove ho lavorato per 16 anni. Conosco Roberto Beneduce dai tempi di Napoli, dove abbiamo studiato e frequentato insieme a lungo Sergio Piro. Per questi miei trascorsi la dimensione della detenzione amministrativa mi interessa molto. Sono presidente di Psichiatria Democratica da circa 8 anni e sono inoltre formatore: insegno all’Accademia di Psicoterapia della Famiglia, una scuola di psicoterapia.

NC: A questo proposito, l’anno scorso abbiamo organizzato un incontro con Beneduce a Torino sulla questione della detenzione amministrativa, a cui ha partecipato anche Francesca Esposito. Fra l’altro, ora che hai nominato il centro di MSF, mi viene in mente che una delle prima volte in cui mi sono affacciato al discorso dei CIE, è stata proprio tramite Gianfranco De Maio, una figura molto importante per MSF, che sicuramente avrai conosciuto. Ed è stato sempre lui a farmi avvicinare a MSF. Purtroppo ci ha lasciati troppo presto. Grazie Gianfranco.

Vorrei partire da un estratto delle Conferenze brasiliane di Basaglia, un libro perfetto per chi non è psichiatra e vuole avvicinarsi al pensiero dell’autore. È il 20 giugno del 1979, a San Paolo, e durante una conferenza Basaglia dice:

«Quando sono entrato per la prima volta in un carcere ero studente di medicina, lottavo contro il fascismo e sono stato incarcerato. Mi ricordo della situazione allucinante che mi sono trovato a vivere. Era l’ora in cui venivano portati fuori i buglioli dalle varie celle. C’era un odore terribile, un odore di morte. Mi ricordo di aver avuto la sensazione di essere in una sala di anatomia mentre si dissezionano i cadaveri. 13 anni dopo la laurea sono diventato direttore di un manicomio e quando sono entrato per la prima volta ho avuto quella stessa sensazione. Non c’era odore di merda ma c’era come un odore simbolico di merda. Ho avuto la certezza che quella era un’istituzione completamente assurda che serviva solo allo psichiatra che ci lavorava per avere lo stipendio a fine mese».

Si tratta di un semplice ricordo, in cui però Basaglia traccia un collegamento fra carcere, manicomio e ruolo dello psichiatria. Vorrei capire se siete d’accordo con me nel considerare i CPR delle istituzioni totali, sulla scorta della concezione di Erving Goffman, ovvero luoghi di privazione della libertà, dove ogni aspetto della vita viene sostanzialmente determinato da chi priva della libertà.

Anche il carcere corrisponde a questa definizione. Quello che mi interessa chiedervi, in questo senso è: quali sono le specificità dei CPR in quanto istituzioni totali, rispetto al carcere, ma anche al manicomio?

AD: Io non ho nessuna esperienza per quanto riguarda la detenzione amministrativa. Conosco abbastanza bene manicomi e succedanei, fra cui gli OPG. La dimensione dell’istituzionalizzazione non si è conclusa con la chiusura dei manicomi.

È un dato di fatto che parte della riforma psichiatrica, in molti luoghi d’Italia, sia stata resa possibile attraverso il prolungamento dei ricoveri in quelle che nel Lazio sono sempre state una grossa realtà,  con cui tra l’altro, anche Basaglia a suo tempo, nel breve periodo in cui è stato responsabile della salute mentale in questa regione prima della sua morte, aveva fatto i conti. 

Le cliniche private,  in modo più o meno surrettizio, riproducono, in certa misura, la logica dell’istituzione totale. Non dominata dell’abbandono macroscopico del manicomio, ma improntata a ricoveri di intrattenimento, in cui la dimensione evolutiva è negata.

Potrei dire che il mio interesse per le sorti vecchie e nuove delle soluzioni di concentramento delle persone ha una componente sentimentale, intendendo con questo la necessità di reagire, anche emotivamente nonché professionalmente, all’ingiustizia di queste soluzioni.

Quasi 20 anni fa, lavoravo in un CSM a Roma, a cui afferiva la stessa parte di città del CPR di Ponte Galeria. La Croce Rossa, che all’epoca gestiva il CPR, ci richiedeva interventi essenzialmente di tipo farmacologico-sedativo. Questo è stato il mio primo impatto indiretto con la dimensione, allora nascente, di quelli che sono poi diventati i  CPR. Ed è il motivo per cui parlavo di sentimentale. In un certo senso, i CPR sono persino peggio del manicomio, perché la  detenzione amministrativa è ancora più incerta dal punto di vista giuridico.

Rispetto al sine die del manicomio, forse l’unica cosa “migliore” è che la durata massima della detenzione è di 18 mesi (prima erano di meno). La detenzione amministrativa risponde quindi a logiche diverse da quelle sanitarie anche se fanno ricorso alla psichiatria come dispositivo medico al servizio del controllo sociale.

Sono in gioco sorti, destini, traiettorie, possibilità diverse, che non hanno a che fare in maniera specifica con la salute mentale. C’è questa dimensione della totalità, magari “concentrata” per via dello specifico quadro giuridico, ma comunque formalmente e sostanzialmente reale.

La questione dell’odore, secondo me, è fondamentale. Nei luoghi della psichiatria – CSM, centri diurni, cliniche, SPDC (servizio psichiatrico di diagnosi e cura) – il tanfo di merda e piscio descritto da Basaglia, impossibile da ignorare, è l’odore stesso dell’istituzionalizzazione.

Meno acre e violento di quello ricordato da lui ma non meno associato al tempo fermo di luoghi dove non c’è vita reale. Quell’odore che, fortunatamente, nei luoghi in cui le persone sono riconosciute e in cui si lavora per contrastare l’abbandono e la chiusura relazionale, è assente.

Questo aspetto percettivo è veramente determinante, perché è un elemento propriamente fisico, che ti dà il senso del limite, dell’infantilizzazione, dell’asservimento, del degrado, del disinteresse, dell’assenza di speranza. Di tutti quegli elementi, cioè, che caratterizzano in termini di vissuto l’insediamento in luoghi in cui il tempo non esiste, è sospeso; dove non esiste né futuro né chiarezza. Luoghi in cui c’è un’ambiguità di fondo, un costante esercizio di una forma più o meno esplicita di violenza.

FP: A questo proposito, vorrei fare un parallelismo fra queste istituzioni, che sono nei fatti tutte istituzioni totali. Partirei proprio dalla definizione di CPR che che si può trovare sul sito del Ministero: “luoghi di trattenimento del cittadino in attesa di esecuzione di provvedimenti di espulsione”. In questa frase è contenuto tutto.

Se uno psichiatra dovesse essere presente all’interno di un CPR, gli verrebbe affidato un fortissimo ruolo di controllo, una sorta di custodialismo. Da una prospettiva più fenomenologica, poi, mi viene spontaneamente da riflettere su come vengono vissuti tempo e spazio in queste strutture. Il tempo è sospeso, è il tempo dell’angoscia, in cui non si costruisce nulla.

È simile a quanto accade in un SPDC: in quel caso, però, la sospensione del tempo diviene parte della cura, può assumere, in qualche modo, un significato positivo. Nei CPR, invece, si tratta di una sospensione del tempo in attesa di un provvedimento di espulsione, dunque è un tempo che si ferma in modo angosciante.

Lo spazio fisico, d’altra parte, è uno spazio chiuso, in cui gli odori sono quanto di più forte e nauseante, e in cui questi odori arrivano a rappresentare una condizione di malessere e trascuratezza.

Mi viene da fare un parallelismo, appunto, con la condizione che ho vissuto nelle REMS: luoghi chiusi, in cui la temporalità è vissuta come se fosse ferma, bloccata, senza possibilità di uno spazio riabilitativo. Si è fermi in attesa di qualcosa che non arriverà. Lo stesso accade nei CPR: si aspetta qualcosa che non arriverà o, se arriverà, sarà comunque negativo.

Si tratta di uno spazio che non offre possibilità di cura. Anche perché dove non c’è comprensione di quanto accade, non può esserci cura: se la persona passa in secondo piano, se non si può conoscere lei, la sua storia e quello che sta vivendo, non c’è nemmeno possibilità di cura.

La nostra formazione deve sempre portarci a comprendere e curare, ma noi dobbiamo mettere l’accento sulla “e”: comprendere è curare. Credo che sia un aspetto da tenere in considerazione in queste situazioni. Lo ripete sempre il Prof. Stanghellini quando ci descrive il lavoro del fenomenologo.

FE: Sono molto d’accordo con quanto detto sia da AD che da FP. La loro analisi è utile, perché mette a fuoco aspetti di continuità molto importanti, come la questione del tempo e dello spazio, della reclusione e della separazione dalla società; nonché le dimensioni sensoriali, come l’odore, che rivestono un’importanza fondamentale in queste istituzioni totali.

Partendo da questi aspetti, vorrei riflettere su altri elementi di continuità e discontinuità rispetto al lavoro e al pensiero di Basaglia, utilizzando come punto di partenza le riflessioni che lui e Franca Ongaro Basaglia sviluppano nel testo Crimini di pace.

Ritengo che una continuità significativa risieda nel modo in cui il contenimento e la segregazione vengono da loro concettualizzati come risposte dello Stato a comportamenti, fenomeni o realtà considerati “disturbanti” o “devianti”.

Come giustamente sottolineano, è fondamentale comprendere a quali “bisogni” rispondono le “istituzioni della violenza” – nel loro caso il manicomio, nel nostro caso la detenzione amministrativa. In altre parole, è essenziale chiederci: perché è necessario avere questi centri? A quali bisogni risponde questa violenza istituzionalizzata? Non mi riferisco ai bisogni delle persone detenute, ma a quelli della società in generale.

In tal senso, Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia ci incoraggiano a spostare l’analisi, e il conflitto, a un livello diverso: quello delle strutture sociopolitiche che necessitano di tali sistemi per esistere e mantenersi. Questo mi sembra un elemento importante, posto al centro della loro analisi. Loro definivano l’ospedale psichiatrico come un luogo di contenimento della devianza, ossia di disciplinamento della classe subalterna.

In altre parole, lo vedevano come uno strumento funzionale al mantenimento di un sistema capitalistico, in cui una classe borghese dominante sfrutta e mantiene in uno stato di subalternità la classe proletaria e sottoproletaria, attraverso dispositivi sociali e istituzionali. Il carcere è sicuramente uno di questi dispositivi, così come lo era il manicomio, sebbene con le dovute differenze.

Un altro elemento di continuità che emerge dalla loro analisi riguarda il ruolo del tecnico e dell’intellettuale, visti come “funzionari del consenso”: figure che accettano la delega dalla classe dominante per esercitare, mantenere e legittimare il sistema oppressivo, contribuendo alla sua perpetuazione a livello pubblico.

Ora, se questi elementi rappresentano un’importante continuità con il loro pensiero – pur nella consapevolezza che le loro analisi sono ben più complesse e articolate di quanto ho potuto accennare – la questione centrale diventa: come trasporre questa analisi al caso dei CPR? È su questo punto che ho cercato di riflettere.

È evidente che questi luoghi hanno una funzione sociale, ma quale? A mio avviso, la funzione principale di questi centri è quella di produrre illegalizzazione e deportabilità. Infatti, se esaminiamo i dati, vediamo che questi centri non sembrano adempiere efficacemente alla loro missione ufficiale di espulsione delle persone dal territorio dello stato-nazione.

Come sottolineato a lungo dai critici della detenzione, la percentuale di persone “rimpatriate” (o deportate, come dicono le persone detenute) rispetto al numero di ingressi nei CPR è bassa. Il Rapporto Trattenuti, redatto da ActionAid e dall’Università di Bari, evidenzia una tendenza in calo tra il 2014 e il 2023, con una media del 48,2% nel secondo quinquennio. In altre parole, meno della metà delle persone che entrano in questi centri viene effettivamente deportata.

Faccio questo discorso per riflettere sulla logica sottesa al sistema. A mio avviso, si tratta di una logica non finalizzata all’espulsione, ma piuttosto a creare e mantenere un’illegalizzazione di certi segmenti della popolazione.

Le persone che entrano in questo sistema spesso ne escono, ma rimangono comunque illegalizzate, detenibili e deportabili, costantemente sottoposte al ricatto dell’espellibilità. La persona migrante illegalizzata si trova in una posizione estremamente vulnerabile allo sfruttamento e alla violenza, poiché non ha accesso alle libertà e ai diritti fondamentali.

Un’altra questione riguarda la funzione di spettacolo insita in questo sistema. Una delle contraddizioni centrali del capitalismo contemporaneo consiste nel fatto che, da un lato, il sistema necessita di una classe di persone sfruttabili come manodopera a basso costo; dall’altro, l’attuale assetto – segnato dalle trasformazioni della globalizzazione sugli assetti politico-economici degli stati-nazione – impone una crescente esigenza di affermare la sovranità nazionale attraverso il controllo del proprio territorio e dei propri confini.

Da qui scaturiscono slogan politici, come ad esempio “prima gli italiani”. Ma come si concretizza questo “prima”? Attraverso uno spettacolo, una performance: il sistema di controllo dei confini – di cui la detenzione amministrativa è espressione – si configura come una messa in scena della sovranità nazionale, conciliando la contraddizione fondamentale tra la necessità di disporre di una manodopera a basso costo, sfruttabile e persino massacrabile, e il mantenimento di un ordine fondato su marcate differenze di classe e di “razza”, sancite ed esaltate dai confini della cittadinanza.

Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia avevano ben chiaro questo punto: proponevano una lettura anticapitalistica – addirittura marxista e gramsciana – del manicomio, considerandolo uno strumento per il mantenimento di un regime capitalista sia a livello globale che locale. Tuttavia, essi non affrontavano il ruolo della razzializzazione e il suo rapporto con il capitalismo, elemento che diventa centrale quando affrontiamo la questione dei CPR.

In questo mi rifaccio al pensiero di autrici e autori come Ruth Wilson Gilmore, Stuart Hall, Cedric Robinson… Queste pensatrici e pensatori parlano di “capitalismo razziale”, cioè di come il capitalismo necessiti del razzismo e della diseguaglianza, fino a consacrarli di conseguenza.

Questa dimensione è fondamentale, perché rimescola tutta una serie di fattori, comprese dinamiche interne che includono le persone che lavorano in questi luoghi, così come la questione della cittadinanza, tanto giustamente criticata da Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia. Quello della salute per tutti i cittadini è, di fatto, un regime escludente.

Chi finisce nei CPR è escluso dai confini della cittadinanza, che in questo senso si rivela uno strumento limitato e inefficace.

Secondo me è dunque importante leggere le tematiche della detenzione in connessione con l’intero sistema di gestione dei confini, della mobilità umana. Questo in una prospettiva genealogica, storica, legata anche ai progetti imperialisti e coloniali. Quando questi hanno iniziato a vacillare e cadere – almeno parzialmente, perché in parte esistono ancora oggi – si è manifestata l’esigenza di rafforzare il sistema di gestione dei confini e della mobilità.

NC: Volevo arrivare qui. Chiaramente esiste una continuità, che risiede nel discorso gramsciano su manicomio e CPR sostanzialmente come sistemi di controllo. Fra l’altro, avevo trovato un articolo in cui Basaglia descrive il processo con cui gli elementi di “disturbo” vengono alienati all’interno dei manicomi: persone con problemi di salute mentale, certo, ma anche oppositori politici, omosessuali, donne e in generale tutti gli “agenti” di disturbo non accettati dalla società.

Avevo poi messo in relazione questi elementi con i nuovi progetti di CPR presentati da Meloni qualche mese fa. La mia tesi era che non avrebbero più creato disagio, perché sarebbero stati collocati in luoghi lontani e militarizzati. Il disturbo diventa quindi disagio.

In questo discorso c’entra anche la malattia, che veniva letta da Basaglia, in ottica marxiana, anche come prodotto sociale. Mancava però, nella sua analisi, il discorso razziale. Il regime di abbandono descritto prima da AD e FP, tipico anche del CPR, ha poi la particolarità di ricadere su persone migranti, provenienti da contesti e percorsi diversi.

Oltretutto, Basaglia si è anche occupato di alcune persone migranti, perché nel manicomio di Trieste arrivavano gli esuli di Istria e Dalmazia. Aveva una visione quasi “medicalizzata” del percorso migratorio: sosteneva che le persone provenienti da contesti di migrazione fossero più a rischio di sviluppare disturbi psichiatrici, tanto più in luoghi di detenzione.

Vorrei sapere cosa ne pensate di questo aspetto della razzializzazione. Mi sembra, infatti, che possa costituire una specificità del regime di abbandono proprio della detenzione amministrativa, rispetto alla realtà manicomiale, con cui si trova comunque in rapporto di continuità. Specificità che, dal punto di vista sociale, oltre che di salute, merita un’attenzione diversa.

In questo senso, credo sia molto importante l’insegnamento di Abdelmalek Sayad sulla “doppia assenza”. Le persone migranti, nel contesto della detenzione, si trovano a vivere una doppia assenza. Forse addirittura una terza assenza, perché in tutto questo bailamme anche l’Io, la persona rischia di disintegrarsi del tutto, il che è poi funzionale alla politica che crea questo stesso tipo di detenzione. 

AD: Mi sembra che siamo tuttə d’accordo sull’intuitività della continuità fra istituzione totale e CPR, e sullo sdegno che ne consegue. Secondo me sarebbe importante, a questo punto, cercare di mettere a fuoco le specificità della condizione dei CPR, non solo perché i tempi  sono diversi, ma anche perché il discorso sull’istituzione totale è pregnante per noi, ma non per tanta altra gente che il manicomio lo ha visto documentato nelle fotografie dell’epoca.

Si tratta di un fenomeno di “revisionismo semantico”, per cui alcuni termini diventano in qualche modo inflazionati, se ne allarga l’accezione fino a perdere di specificità, o finiscono negli slogan; oppure, al contrario, vengono considerati come parte per il tutto. In entrambi i casi, chi il pronuncia è ideologico a prescindere.

Proverei a partire dallo sdegno: se vogliamo che questo discorso abbia una presa sulla realtà, dobbiamo provare a parlare una lingua sufficientemente informata e colta per utilizzare determinate categorie, ma anche capace di intercettare specificità e discontinuità.

Voglio dire che per noi, e per chi si è occupato di psichiatria negli ultimi 30-40 anni, è chiaro che fra queste dimensioni esista un’associazione. Ma non è lo stesso per chi, della psichiatria contemporanea, conosce le REMS, le comunità terapeutiche (anche se non si chiamano più così), le lungaggini e gli ostacoli burocratici per l’inserimento, che vanno dalle pseudo-acuzie (3 mesi, allungabili fino a 6) fino alla estensive (2 anni). Ogni regione ha le proprie specificità, ma sono tutte sostanzialmente comparabili. Si tratta proprio di linguaggi molto diversi fra loro.

Come parlare di lotta di classe oggi, dove le classi sono ineffabili o comunque molto difficili da afferrare? C’è una grande classe dei poveri, che però a sua volta non è facilmente collocabile politicamente. Le modalità con cui intercettarle sono fondamentalmente sensibili (non solo in Italia) a selezioni di altro tipo. I grandi meta-discorsi su espulsività, razzializzazione, difesa, sovranità richiedono linguaggi specifici per poter essere affrontati.

Sono molto d’accordo sulla questione della spettacolarizzazione: basti pensare quanto l’operazione albanese venga enfatizzata nella sua dimensione di deterrenza. Deterrenza significa spettacolo: mostrare il pugno duro a chi è meglio che non si avvicini, perché altrimenti riceve bacchettate sulle dita, oppure – molto peggio – viene recluso in luoghi il più disumanizzanti possibile.

Questo sia per i temi già toccati della “scientifizzazione”, della non-umanità e della disponibilità di corpi e mano d’opera, sia per dare una lezione a chi, per mare o per terra, si affaccia ai nostri sacri “confini patri”.

Partirei proprio da questa funzione sociale di produrre legalizzazione della deportabilità. Un altro aspetto da considerare è quindi,come è stato detto fa Francesca, la spettacolarizzazione del fenomeno, così che diventi qualcosa sotto gli occhi di tutti, per affermare la propria identità e snaturare quella degli altri.

Questa è una specificità del CPR, in cui il problema dell’identità è doppio: da un lato c’è uno Stato che cerca la propria  identità per differenza dall’Altro e che pertanto non riconosce l’integrazione e la contaminazione; dall’altro lato ci sono persone all’interno del CPR che perdono l’identità, perché vengono sostanzialmente private di tutto.

Non si parla più, dunque, di persone, bensì di una situazione da osservare con distacco e che si traduce nel “come siamo bravi, come siamo in grado di contenere questo fenomeno e di mettergli un limite, di rispedire a casa loro le persone… Poi vedremo cosa farne”.

Le persone migranti diventano oggetti e in questo atteggiamento risiede lo scontro tra la precarizzazione della nostra identità  e il fatto che le persone che si trovano all’interno dei CPR perdono la propria, di identità, proprio perché vivono una situazione estremamente disumanizzante. Per altro, nei CPR stessi si producono situazioni patologizzanti, cioè queste strutture sono di per sé patogene.

FP: A proposito di questo, possiedo un ricordo molto vivo della produzione di patologia che avveniva all’interno delle REMS, sia nei confronti di degenti che di operatorə. In un contesto così chiuso ed estremo, si generano paranoia e disturbi con cui, prima o poi, bisogna fare i conti. Avevo ascoltato delle interviste ad operatorə che lavoravano all’interno dei CPR, i quali dicevano di aver sviluppato dei PTSD (disturbi post-traumatici da stress).

Sono d’accordo sulla questione delle specificità: dobbiamo sviluppare un linguaggio diverso rispetto a quello utilizzato per le istituzioni psichiatriche. Ci troviamo in un contesto socio-culturale diverso: il CPR ha tutto un altro significato e noi dobbiamo porre l’accento su questo. Bisogna rendersi conto della gravità della situazione.

Un’ultima riflessione: i CPR sono contesti di tale vulnerabilità per cui, per certi versi, si potrebbe giustificare la presenza di uno psichiatra al loro interno. Tuttavia, si tratterebbe inevitabilmente di uno psichiatra con il ruolo di sedare, molto distante da ciò che aveva in mente Basaglia.

Questo, inoltre, accade ormai anche nei servizi di salute mentale, compresi quelli più illuminati, perché – come ricordava AD – anche le comunità rimangono dei contesti ancora molto custodialistici.

FE: Pensavo alle varie funzioni già analizzate, in relazione alla produzione di illegalizzazione e alla presunta “pericolosità migrante”. Nell’immaginario collettivo si costruisce una narrazione sul motivo per cui le persone finiscono nei CPR, spesso giustificata dall’idea che “devono aver fatto qualcosa”.

Tale narrazione rafforza non solo il processo di illegalizzazione, creando uno spettacolo di deterrenza rivolto alle persone in movimento e/o razzializzate come straniere, ma anche una performance di sovranità rivolta a noi, cittadinə bianchə italianə. In questo modo, si costruisce la figura del migrante attraverso processi di migrantizzazione.

Chi è il migrante? È una figura che è prodotto della costruzione dei regimi sociopolitici e normativi, tramite dispositivi come la detenzione amministrativa. Questi dispositivi frammentano le comunità: sequestrano le persone, le isolano e le etichettano come pericolose nell’immaginario collettivo. Dentro ai CPR, ho incontrato diverse persone che non erano affatto migranti.

Tra queste, per esempio, c’erano donne Rom nate e cresciute in Italia: loro non avevano alcuna esperienza di migrazione, tuttavia erano etichettate e governate come migranti, in quanto non cittadine. Dunque, erano rinchiuse nei CPR.

Vorrei riprendere una dimensione che mi è particolarmente cara: quella della colonialità di questi sistemi e l’importanza di interpretarli in continuità con i sistemi imperiali e coloniali, così centrali nella nostra storia. Avendo vissuto e lavorato in Gran Bretagna e Portogallo – imperi coloniali di grande rilievo – è evidente come la questione della migrantizzazione di certe soggettività abbia cominciato a predominare negli anni Sessanta e Settanta, nel periodo del declino degli imperi coloniali.

In seguito ai movimenti anticoloniali e alla messa in discussione dei regimi imperiali, uno dei primi cambiamenti messa in atto dalle potenze occidentali coloniali fu una ridefinizione della cittadinanza su basi di criteri escludenti, relegando coloro che un tempo erano soggetti dell’impero al ruolo di non-cittadinə, stranierə, migranti.

È in questo periodo, negli anni Settanta, che in Gran Bretagna viene istituito, ad esempio a Heathrow, il primo centro di detenzione amministrativa per persone “migranti”. Questo centro aveva come target principale le/i cittadinə nerə del Commonwealth, che arrivavano nel decadente impero britannico e venivano colpitə dal neoistituito sistema di segregazione e confinamento razzializzato.

C’è un altro aspetto interessante, che costituisce a mio avviso un elemento di discontinuità rispetto all’analisi basagliana. Basaglia, infatti, vedeva il tecnico all’interno dell’istituzione manicomiale come un esponente della borghesia, mentre chi si trovava nel manicomio era il proletario o sottoproletario, oppresso dalla classe borghese.

Secondo questa prospettiva, metteva dunque in discussione la funzione del tecnico come “funzionario del consenso”, ovvero colui che legittima l’oppressione e l’ideologia dominante. Nei centri di detenzione, tuttavia, si osserva una situazione diversa: chi lavora in questi luoghi è parte di una classe lavoratrice estremamente precaria e vulnerabile, con scarso accesso a diritti e tutele fondamentali. Inoltre, come avveniva a Heathrow sin dall’inizio degli anni Settanta, si tratta spesso di persone razzializzate, a loro volta oppresse dal regime dei confini.

Nella Gran Bretagna dei primi anni Settanta, prendono avvio i processi di neoliberalizzazione, che raggiungeranno il massimo sviluppo con Margaret Thatcher: privatizzazione dei servizi pubblici, smantellamento del welfare e, al contempo, espansione del settore privato. Anche l’industria della sicurezza inizia a privatizzarsi.

Il primo centro di detenzione, a Heathrow, è a gestione privatizzata, come avviene oggi in Italia. Tra questi servizi privati ci sono, ad esempio, aeroporti e servizi di pulizia. Chi va a lavorare in questi luoghi?
Chi accetta questi lavori inevitabilmente precari e malpagati?

Sono le persone delle ex colonie, razzializzate e migrantizzate, provenienti dalle comunità che vivono nelle periferie delle grandi città. Sono, insomma, le stesse persone colpite da quegli stessi regimi coercitivi. Questo è estremamente interessante: osservare l’interdipendenza tra i regimi di coercizione della vita e i regimi di sfruttamento del lavoro, da un lato, e le dimensioni di razza e classe, dall’altro.

Come dice Stuart Hall, la razza è una modalità attraverso cui la classe è vissuta, e viceversa. Questo sguardo consente di cogliere una complessità maggiore. Nei CPR ho incontrato moltə operatorə, gran dei quali provengono da agenzie interinali. Si tratta di persone non formate, senza tutela in termini sindacali e diritti dei lavoratori.

Molte di queste persone sono passate dalle maglie dei regimi di controllo dell’immigrazione e dell’asilo, finendo per trovare collocazione nei CPR come figure di mediazione, ma senza essere riconosciutə professionalmente come tali. Sono pagatə pochissimo e sfruttatə, nonché espostə a violenza: sono infatti spesso loro  a dover prelevare le persone dai settori per portarle dalla polizia, che poi le deporta. Per questo lavoro sono esposte costantemente ad aggressioni e insulti.

Inoltre, molte di queste persone hanno vissuto a loro volta percorsi di violenza istituzionalizzata: molt* sono rifugiatə, o sono arrivatə in Italia come migranti, spesso passando attraverso i sistemi di “accoglienza” delle stesse cooperative che gestiscono i CPR e li impiegano come manodopera sottopagata.

Questo aspetto è importante anche per ripensare il discorso di Basaglia sul tecnico come funzionario del consenso e per mettere in discussione il suo ruolo di custode del potere e dell’oppressione. Quello che si trova nei CPR oggi non è più il tecnico psichiatra, professionista e rappresentante della classe borghese: è un altro soggetto.

AD: Sono molto d’accordo sulla questione de* operator*. C’eravate anche voi dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale quando portai la discussione sugli operatori, piuttosto che sullo sdegno per le prassi e le procedure violente. Questo per me è un punto fermo, e anche quando lavoravo nei servizi ho sempre posto l’attenzione sugli operatori.

Ora, se vogliamo rifarci a un metodo basagliano, esiste una dimensione più decostruttiva (allora non si chiamava così). Quella, cioè, di prendere e smontare il potere di alcuni nodi, pure concettuali e ideologici. Dall’altra parte, c’è la dimensione pratica, ovvero la necessità di rimanere agganciati alla prassi.

Questa si sviluppa, per esempio, come attenzione ai meccanismi di assegnazione degli enti gestori, alle modalità con cui avvengono queste stesse assegnazioni: si tratta  spesso di  grossi gruppi imprenditoriali o confessionali che reggono l’intero sistema.

È la dimensione della capacità di impatto, di potere che hanno, da un lato, i gruppi che si assicurano questi importanti capitolati di spesa; dall’altro, gli operatori. Non sono più lə psichiatrə, infatti, gli agenti “sotto copertura” del potere di classe. Sono gli operatori, in gran parte sfruttati, come lo sono stati precedentemente tutt* l* psicolog* impiegati nelle comunità terapeutiche e nelle cooperative, sottopagati e deprofessionalizzati. La classe degli psicologi si è più o meno assestata; ora ad essere socialmente marginalizzati, sfruttati, utilizzati sono gli operatori.

Questo trattamento, alle volte, è molto simile a quello riservato agli psichiatri. C’è una sorta di proletarizzazione culturale dello psichiatra, che attualmente non gode dello stesso riconoscimento, della stessa fama di cui godeva fino a qualche decennio fa. Nei fatti, sono considerati manovalanza della somministrazione di farmaci e della burocrazia certificatoria, mansioni che in passato non interessavano certo  le fasce alte della gerarchia sociale.

Ho fatto il primario per nove anni, ed ero chiaramente un agente del presidente della regione. Alcuni riescono a conservare la dimensione clinica. Esiste una rete di primari, molto suggestiva, che organizza gruppi di auto-aiuto per primari e capi dipartimento. Raccoglie persone da mezza Italia, che in questo modo si sostengono rispetto all’invasione accerchiante del potere. L’intelligenza è sempre il minore dei problemi.

Dal punto di vista della legge, l’attenzione agli operatori delle varie categorie, relativamente a meccanismi e procedure che li rendono complici, ma anche psichicamente ed emotivamente esposti a condizioni penosissime di lavoro, potrebbe essere una strategia possibile per approcciare la questione della detenzione amministrativa. 

NC: Prima di chiudere, vi propongo un’ultima suggestione. Devo però ammettere che il discorso sulla proletarizzazione, sullo sfruttamento degli operatori sanitari all’interno dei CPR mi convince fino a un certo punto, perché non risolve la contraddizioni deə medicə, compresi gli psichiatri che lavorano in quel contesto. Si applica molto bene a infermieri ed Oss.

I medici che lavorano nei CPR, al contrario, sono persone che fanno altri lavori, che vanno lì per poche ore, per guadagnare 80 euro in più; oppure sono medici in pensione. Nel loro caso, non vedo dello sfruttamento, mentre rimane viva la contraddizione della loro presenza in quei luoghi, di chi ritiene di potervi svolgere un’attività di cura.  

In Morire di classe, un libro fotografico curato da Basaglia, con le foto di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, si parla dell’acting-out delle persone detenute all’interno dei manicomi: l’utilizzo del proprio corpo come mezzo di linguaggio.

Tornando alla questione degli operatori sanitari, mi piacerebbe chiudere con il discorso strategico su come sviluppare una critica coerente, ma anche funzionale rispetto all’istituto della detenzione amministrativa. Se accettiamo che la detenzione amministrativa agisce come fattore di violenza strutturale sulle persone detenute, siamo anche consapevoli che, se da un lato c’è l’importanza della lotta politica, liberatoria, abolizionista in questo senso; dall’altro, c’è la necessità umanitaria che si viene a creare per le persone attualmente detenute, come anche per quelle che vengono rilasciate e non hanno un altro percorso di presa in carico.

La famosa frase di Basaglia “la libertà è terapeutica” è stata negli anni ammantata di retorica, e spesso utilizzata come grimaldello per sancire il fallimento della riforma. La libertà non è stata terapeutica – sosterrebbero alcuni – perché sono rimaste le problematiche di chi rimaneva fuori: un’interpretazione alquanto parziale del pensiero di Basaglia.

Io penso che il discorso sulla libertà terapeutica, su freedom first sia essenziale per la posizione abolizionista nei confronti della detenzione amministrativa. Tuttavia, resta il problema umanitario – lo chiamo così perché ho alle spalle l’esperienza di MSF. Come si potrebbe sciogliere, secondo voi, questa apparente contraddizione? Siamo d’accordo su freedom first, ma sappiamo anche che non ci sono luoghi di presa in carico per queste persone, se non altre “discariche sociali”, citando Bauman, prima fra tutte il carcere.

AD: Il problema è creare percorsi di cura che abbiano senso. I servizi di salute mentale, oggi, non sono attrezzati, non sono formati ad accogliere. Questo perché le risorse sono sempre meno, le spese per la psichiatria sono sempre meno e creare progetti diventa sempre più complesso. Il problema non è creare progetti appositi, perché in questo modo ci sarebbe sempre il rischio di ricadere in nuove forme di ghettizzazione.

La cosa da fare, secondo me, sarebbe rendere i servizi attrezzati ad accogliere e gestire queste situazioni. Non dovrebbe essere una prerogativa specifica di certe strutture, al contrario dovremmo formare tutt* all’accoglienza di migranti, con uno sguardo diverso, e intraprendere tutt* percorsi formativi. Non bisogna creare realtà specifiche per l’etnopsichiatria, bensì un sistema di soluzioni e funzioni per tutt*, al di là della convenienza.

L’idea è questa: che esista una cura per tuttə; che non si creino centri, strutture super specializzate, ma che sia davvero qualcosa di tutti*, che ci riguardi tuttə e per cui tuttə siamo formati. È una prospettiva forse un po’ utopica, ma secondo me è questo il lavoro che andrebbe fatto.

Il punto vero  è che noi eravamo l’utopia. Utopia significa “nessun luogo”. Noi invece, per più di vent’anni, siamo stati un luogo preciso sulla carta geografica, in cui l’universalità delle cure era parte di una strategia non solo di assistenza, ma di offerta e proposta di un certo tipo di salute. Che si possa tornare indietro, in questo senso, mi sembra difficile, poco probabile.

Abbiamo parlato di cure, ma la detenzione amministrativa non nasce per curare, nasce per ammalare. Si tratta di un vero e proprio rovesciamento delle finalità. Nasce per avvilire, scoraggiare, dimostrare, non per curare. Poi esiste l’eccezione, che rimane tale: persone che, nella massa dell’avvilimento, della sottomissione, della sofferenza, esplicitano la propria sofferenza e la trasformano in qualcosa che, dal punto di vista comportamentale, rientra in categorie codificate come sintomi.

Questo è qualcosa di eccedente. È un incidente di percorso e, siccome è previsto, è prevista anche l’indifferenza rispetto allo stesso incidente. E poi c’è il tentativo di istituzionalizzazione. I servizi non sono in grado non solo di gestire persone italiane (se vogliamo utilizzare la retorica sovranista), ma nemmeno di pensare alla propria missione.

Il che risulta palese nella natura aziendale, mercantile delle soluzioni adottate, del tutto svuotate di contenuti. Non sono capaci di pensare al motivo per cui esistono, figuriamoci cosa potrebbero fare, al di là di questo tipo di accordi.

Il fatto che ci sia un medico all’interno del CPR è un escamotage del sistema. I soldi che il medico riceve costituiscono in effetti una proletarizzazione, una paghetta per dare l’impressione che l’ASL non si sia disinteressata alla questione, ma abbia anche messo a disposizione le proprie risorse.

Delineare le azioni da intraprendere, dunque, è sicuramente complesso, ma irrinunciabile. La consapevolezza dell’avvilimento e dello scontento degli operatori dovrebbe essere uno degli elementi da tenere in considerazione.

Il sistema produrrà, se non la stessa identica cosa, qualcosa di leggermente migliore, com’è accaduto per i manicomi. Nell’arco di poco tempo, infatti, sono stati creati non più luoghi di abbandono, di schifo, di totale disinteresse verso l’umano; bensì luoghi esteticamente più gradevoli, più curati, costosissimi come le cliniche private, che peraltro non si chiamano più così per esaltare la cosiddetta collaborazione tra pubblico e privato.

Peccato che quel ‘finto’ privato sia a carico del pubblico. Come dicevo si tratta di un problema molto presente nel Lazio e al Sud, forse meno al Nord, anche se il fenomeno è in larga espansione ovunque. Le comunità sono lievemente meglio degli ospedali, ma la logica istituzionalizzante è la stessa nella quasi totalità dei casi.

Attaccare la qualità infima di questi posti, com’è stato fatto per gli OPG con l’intervento di Napolitano; mostrarne la disumanità, farla raccontare, farne divulgare i contenuti, come aveva fatto quel fotografo con il bambino di Villa Azzurra, il manicomio dei bambini; fare divulgazione, rendere la questione più accessibile, coinvolgere l’opinione pubblica potrebbero essere strategie vincenti.

FE: L’inchiesta di Altreconomia sull’abuso di psicofarmaci, così come le azioni intraprese per il caso di Wissem Ben Abdellatif e degli altri morti nei Cpr, sono esempi di interventi volti a denunciare la disumanità di questi luoghi e a rendere visibile ciò che viene sistematicamente invisibilizzato: la violenza quotidiana di istituzioni totali che soffocano le persone fino a ucciderle. Sono anche strumenti per costruire e mantenere viva la memoria di ciò che lo Stato e i poteri forti vorrebbero cancellare: vite che, nelle parole di Judith Butler, non vengono ritenute degne di lutto.

Detto ciò, concordo sul fatto che esistano molteplici livelli su cui intervenire, ciascun* secondo le proprie capacità e specificità. Sono particolarmente d’accordo con AD: è fondamentale intercettare il segmento degli operatori e delle operatrici, ovvero coloro che lavorano all’interno di questi luoghi. Lo ripeto spesso, pur consapevole della complessità e delle difficoltà politiche che questo discorso comporta.

La divisione ideologica secondo cui “noi” attivist* stiamo fuori, mentre chi sta dentro è il sorvegliante, la SS (per restare nella metafora del lager), con cui non è possibile alcun dialogo, a mio avviso è poco utile al nostro obiettivo. Esistono infatti differenze significative nei ruoli e nella posizione di chi è coinvolto in questo sistema.

Spesso, operatrici e operatori – soprattutto coloro razzializzatə e che hanno vissuto in prima persona la violenza del regime della frontiera – portano avanti, dall’interno, azioni di resistenza, anche minime, contro l’ordine costituito.

Tuttavia, se queste azioni non vengono amplificate e collegate a un movimento più ampio per l’abolizione della detenzione amministrativa, rischiano di esaurirsi rapidamente, portando solo alla punizione o licenziamento delle persone coinvolte. Per questo, sarebbe fondamentale sostenerle e creare connessioni tra le due dimensioni della lotta: dentro e fuori.

Sulla questione umanitario-securitaria, sono d’accordo: è una logica costruita per rendere accettabile e legittimare il ruolo di funzionario dell’oppressione e del consenso, ed è diffusa in modo trasversale. È l’idea – che ho sentito ripetere da moltə operatorə – secondo cui “se non ci sto io, ci sarà qualcuno di peggiore”, una giustificazione che porta a tentare di umanizzare l’oppressione della detenzione, spesso con esiti limitati o nulli.

Alcunə cercano di instaurare relazioni con le persone detenute e di fare qualcosa per migliorare la situazione. Tuttavia, di fronte all’impotenza, alla frustrazione e all’ambivalenza legata al proprio ruolo, il costo in termini di salute mentale è significativo. Moltə mi hanno raccontato di sintomi di burnout vero e proprio, ansia, depressione, incubi ricorrenti e altre problematiche psicologiche.

Tornando a Basaglia, il punto centrale è portare alla luce, scoperchiare e smascherare le logiche alla base della detenzione amministrativa. Si tratta di meccanismi di copertura contraddittori e manipolatori, attraverso cui si costruiscono discorsi, retoriche e narrative – individuali, collettive, sociali e transnazionali – che permettono di legittimare una violenza altrimenti umanamente inaccettabile. In questo senso, il dialogo con le persone direttamente colpite questa violenza (persone che hanno vissuto la detenzione) è imprescindibile, così come con i loro familiari e amicə.

È fondamentale creare più spazi, strumenti e modalità di coinvolgimento per queste soggettività: solo attraverso il confronto diretto con le loro istanze, insieme, possiamo smascherare i meccanismi del potere e contrastarli efficacemente.

Il linguaggio artistico può essere un mezzo potentissimo in questo senso. È necessario raggiungere sempre più persone in modo capillare: professionistə, psicologə, medicə, assistenti sociali, ma anche cittadin* comuni e giovani. Il cambiamento deve essere culturale e politico. Si tratta di percorsi lunghi e complessi, che mirano a sradicare ideologie forti e profondamente radicate. Tuttavia, è essenziale ampliare il dialogo e creare nuove forme di immaginazione radicale.

Mi piacerebbe che anche in Italia, come accade in Gran Bretagna, nascesse un movimento di persone che visitano chi è detenutə. Queste forme di solidarietà diretta servono a rompere l’isolamento e a creare relazioni – e la relazione, in sé, è un atto politico, rivoluzionario e sovversivo. Infine, affinché l’abolizione della detenzione amministrativa possa diventare una realtà, è cruciale che un movimento di questo tipo abbia una dimensione transnazionale.

NC: Chiuderei qui. Vi ringrazio e spero sia stato interessante come occasione di confronto. Questo aspetto di concretezza, di operatività e progettualità è cruciale affinché i discorsi possano avere una presa sul reale.

In vista della prossima riapertura del CPR di Torino, la Rete Mai più lager – No ai CPR, in collaborazione con la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), sta organizzando i seguenti eventi per la giornata di sabato 22 marzo:

Marco Cavallo arriva al CPR di Torino
Corso Brunelleschi, Torino – h 10:30

Un Crimine di Pace
Aula magna di Neurologia, via Cherasco 15, Torino – h 14

  1. Il 24 marzo, il centro, chiuso da due anni per lavori di ristrutturazione a seguito delle rivolte, riaprirà ufficialmente ↩︎

19/3/2025 https://www.meltingpot.org/

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