Italia, il valzer immobile dei salari: quindici anni di politiche liberiste a discapito del popolo

Il recente rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) traccia un quadro allarmante per l’Italia: nel 2024, i salari reali risultano  inferiori dell’8,7% rispetto ai livelli pre-crisi del 2008. Questo dato non rappresenta soltanto una mera statistica, ma è il segno di un fallimento politico che attraversa schieramenti e governi di ogni colore – da centrosinistra a centrodestra, passando per i tecnici come Monti e Draghi – tutti artefici di ricette liberiste che, nei fatti, hanno compromesso il potere d’acquisto dei cittadini, in nome di profitti sempre più elevati e di un’inaccettabile disuguaglianza sociale.

La narrativa prevalente ha spesso parlato di riforme necessarie e di sacrifici temporanei, in vista di una crescita futura. Tuttavia, la realtà, come ci ricorda inesorabilmente l’OIL, è che tale crescita, se esiste, non si è tradotta in benessere diffuso. Infatti, l’Italia si trova a registrare la peggiore performance salariale tra i paesi del G20, un primato negativo che dovrebbe indurre profonde riflessioni sulle scelte economiche adottate.

Non è possibile ridurre questo fallimento a una semplice congiuntura internazionale sfortunata. Esso rappresenta, piuttosto, il risultato diretto di politiche che hanno privilegiato la flessibilità del lavoro a scapito della sua qualità e retribuzione, cedendo alle lusinghe della deregolamentazione, senza opporre un freno alla crescente precarietà. Che si tratti delle “riforme” del centrosinistra, delle politiche “austeritarie” del centrodestra o delle misure drastiche attuate dai governi tecnici, il risultato è stato uniforme: salari  in diminuzione, mentre le aziende vedevano crescere i propri profitti, alimentando una spirale di ricchezza concentrata nelle mani di pochi.

Le promesse di un “effetto a cascata”, la vaneggiante speranza che la ricchezza dei più abbienti potesse, prima o poi, beneficiarne i meno fortunati, si sono rivelate illusioni e falsità . Attualmente, in Italia, ben 6 milioni e mezzo di persone vivono nella povertà. E la beffa è che molti di questi sono lavoratori, costretti a sopportare quella che viene definita cinicamente “povertà lavorativa”. Si tratta di individui che, pur avendo un’occupazione, non riescono a garantire a se stessi e alle proprie famiglie una vita dignitosa, schiacciati da stipendi miseri e da un costo della vita in continua crescita. Articolo 36. Costituzione:  Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

Mentre il divario tra ricchi e poveri si amplia sempre di più, la politica sembra aver rinunciato al proprio ruolo di custode dell’equità sociale. Si è scelto di inseguire la chimera della competitività a basso costo, dimenticando che il vero motore di un’economia sana è rappresentato da un tessuto sociale coeso, dove il lavoro è valorizzato e retribuito equamente.

È giunto il momento di abbandonare le ricette liberiste fallimentari che hanno portato l’Italia a questo vicolo cieco. È necessaria una radicale inversione di paradigma, con politiche che pongano al centro la tutela del lavoro, l’incremento dei salari, il rafforzamento del potere d’acquisto e una seria redistribuzione della ricchezza. Solo così sarà possibile invertire la rotta e restituire dignità a milioni di italiani che, pur impegnandosi ogni giorno, si trovano a lottare per arrivare a fine mese. Il valzer immobile dei salari deve cessare, prima che la distanza tra chi possiede troppo e chi non ha nulla diventi incolmabile. Ma per ottenere questo occorre rompere il sistema di potere maggioritario e bipolare, restituendo ai cittadini rappresentanza vera con governi eletti nelle assemblee elettive e in un sistema proporzionale. 

Marco Nesci

26/3/2025 https://www.apcinkiesta.it/

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