La lobby pro-Israele e l’arma dell’antisemitismo: su Gaza è sempre censura
La lobby pro-Israele usa l’accusa di antisemitismo per silenziare la solidarietà con i palestinesi, distorcendo slogan come “Dal fiume al mare” e sfruttando l’esperienza soggettiva per oscurare i crimini di guerra a Gaza, dove almeno 50.000 persone sono morte dal 7 ottobre 2023.
Su Gaza è sempre censura
Gaza, un’enclave circondata da barriere israeliane, dal confine egiziano e dal Mediterraneo, è da decenni sotto il giogo israeliano, sebbene formalmente goda di “autonomia”. Ovviamente è la stessa autonomia che avevano i prigionieri lasciati sull’isola prigione di New York, nel capolavoro cinematografico di John Carpenter.
Il 7 ottobre 2023, i combattenti di Hamas hanno lanciato un’offensiva, nota come Operazione Al-Aqsa Flood, uccidendo circa 1.200 persone e prendendo in ostaggio 250 individui.
La reazione di Israele è stata immediata e devastante: un blocco totale ha privato 2 milioni di abitanti di elettricità, cibo, medicinali e carburante, mentre bombardamenti indiscriminati hanno raso al suolo scuole, ospedali e abitazioni.
Ad oggi, oltre 50.000 palestinesi sono morti, migliaia giacciono sotto le macerie e, in media, dieci bambini al giorno perdono gli arti, spesso senza anestesia. Esperti di diritti umani e Stati come Sudafrica e Spagna definiscono queste azioni un genocidio, un’accusa suffragata dalla distruzione sistematica delle infrastrutture civili.
Eppure, in Occidente, l’attenzione mediatica si è spostata altrove. Invece di concentrarsi sui crimini di guerra, i riflettori si sono puntati sulle proteste pro-palestinesi, accusate di antisemitismo. Questo spostamento non è casuale: è una strategia della lobby pro-Israele per delegittimare la solidarietà verso i palestinesi e soffocare il dissenso.
“Dal fiume al mare”: un pretesto per la censura
Uno degli obiettivi principali di questa campagna è lo slogan “Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera”, intonato nelle manifestazioni pro-palestinesi negli Stati Uniti e nel Regno Unito (ma non solo).
Gruppi come l’American Jewish Committee, il Board of Deputies e il Jewish Leadership Council lo bollano come un appello alla distruzione degli ebrei in Israele, un “grido di guerra terroristico”. Ma è davvero così?
Nei cortei, ebrei e palestinesi lo cantano insieme, spesso come richiesta di uguaglianza e diritti politici in Cisgiordania, Gaza e Israele. Non implica necessariamente l’eliminazione di un popolo, ma piuttosto la fine di un sistema di supremazia.
Un tribunale olandese, nell’agosto 2023, ha chiarito che la frase critica lo Stato di Israele, non gli ebrei come gruppo etnico o religioso. Noah Zatz, professore alla UCLA, aggiunge che interpretarlo come un invito al genocidio richiede un salto logico ingiustificato, soprattutto per gli ebrei della diaspora, lontani dal conflitto.
Tuttavia, la lobby pro-Israele insiste nel presentarlo come una minaccia, sfruttando l’“esperienza vissuta” per trasformarlo in un tabù. Nel Regno Unito, un deputato laburista, Andy McDonald, è stato censurato per averlo usato in un contesto di pace tra israeliani e palestinesi. La verità fattuale cede il passo a una narrazione emotiva, usata per giustificare la repressione del dissenso.
Influenza sulla definizione IHRA di antisemitismo
Un esempio di lobbying a lungo termine è l’adozione della definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) da parte di governi e istituzioni.
Sempre in UK, il governo conservatore l’ha formalmente adottata nel 2016, sotto la pressione di organizzazioni come il Board of Deputies of British Jews e il Jewish Leadership Council. La definizione include tra gli esempi di antisemitismo affermazioni come “l’esistenza di Israele è un’impresa razzista”, una frase che critica il sionismo ma non attacca gli ebrei come gruppo.
Un caso pratico si è verificato nel 2018, quando il Partito Laburista britannico, guidato da Jeremy Corbyn, aveva inizialmente esitato ad adottare la definizione completa per timore che limitasse la libertà di critica a Israele. La lobby pro-Israele, inclusi gruppi come Labour Friends of Israel, orchestrò una campagna mediatica e politica, accusando Corbyn di tollerare l’antisemitismo. Dopo mesi di pressione, il partito cedette, accettando la definizione con tutti gli esempi, e defenestrando Corbyn. Un successo che ha rafforzato la capacità della lobby di equiparare dissenso politico a pregiudizio razziale.
L’esperienza vissuta come arma politica
Il concetto di “esperienza vissuta” – la conoscenza personale derivata dall’esperienza diretta – è diventato uno strumento potente nella politica contemporanea. Sebbene utile in ambiti come la salute o i diritti civili, può degenerare in un’autorità morale incontestabile.
La destra pro-Israele lo adopera abilmente: se un gruppo si sente minacciato da uno slogan o da un’iniziativa pro-palestinese, quella percezione basta a chiederne la censura, indipendentemente dai fatti.
Un esempio lampante è quello accaduto nel Regno la vendita di torte al Francis Crick Institute nel 2024, organizzata per raccogliere fondi per i palestinesi. Alcuni dipendenti si sono lamentati, definendola “intimidatoria”, senza prove di minacce concrete. La direzione ha reagito vietando tali attività e limitando le discussioni su Gaza.
Allo stesso modo, nel 2023, UK Lawyers for Israel ha fatto rimuovere una mostra di disegni di bambini palestinesi da un ospedale londinese, sostenendo che facesse sentire i pazienti ebrei “vulnerabili”. Questi episodi rivelano un pattern: l’accusa di antisemitismo diventa un’arma per silenziare qualsiasi espressione di solidarietà, anche la più innocua.
La definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), adottata da molti governi, amplifica questo meccanismo. Metà dei suoi esempi equipara la critica a Israele all’antisemitismo, come definire lo Stato un progetto razzista. Organizzazioni palestinesi denunciano che ciò serve a proteggere Israele da responsabilità, soffocando la libertà di espressione.
Qui emerge il paradosso: l’identità di una minoranza viene usata per giustificare la repressione di un’altra, mentre i fatti – come i 50.000 morti a Gaza – passano in secondo piano.
La gerarchia del danno
La lobby pro-Israele ha trasformato l’accusa di antisemitismo in uno strumento di censura, sfruttando emozioni e percezioni per oscurare la realtà materiale: un conflitto che, dal 1948, ha prodotto sfollamenti, occupazione e decine di migliaia di vittime palestinesi.
Mentre a Gaza si consuma una catastrofe umanitaria, l’Occidente dibatte su slogan e torte, lasciando che il peso delle emozioni prevalga sulla gravità dei crimini di guerra.
La sinistra, assorbendo l’ossessione liberale per la soggettività, fatica a ristabilire una gerarchia del danno, dove i fatti contino più delle interpretazioni.
Fino a quando non lo farà, la solidarietà con i palestinesi resterà sotto scacco, intrappolata in una rete di accuse strumentali. La sfida è tornare alla verità, anche quando è scomoda, perché nessun sentimento può pesare quanto un genocidio.
26/3/2025 https://www.kulturjam.it/
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