L’università in agitazione

Le prossime settimane saranno cruciali per dar vita a un movimento in cui far convergere tutti i settori universitari, per resistere alla riforma Bernini e imporre nel paese il tema del rifinanziamento degli atenei

Torna a mobilitarsi l’università. L’opposizione a tagli e precarizzazione che, seppur senza aver ancora raggiunto una dimensione di massa, si è fatta strada negli atenei in autunno, tornerà a manifestarsi in tutta Italia con una «settimana di agitazione» (dal 27 al 31 gennaio) e un appuntamento nazionale delle Assemblee precarie l’8 e 9 febbraio a Bologna. Per capirne potenziale e prospettive, è utile fare un passo indietro.

Nello sciopero generale

Nell’ultimo quadro fatto su Jacobin sulla mobilitazione delle università contro i tagli e la riforma del «pre-ruolo», individuavamo nello sciopero generale del 29 novembre un test importante. Si è discusso già del successo dello sciopero nel suo complesso, ma questo ha in qualche modo «nascosto» la mobilitazione universitaria. Vale allora la pena dire che il 29 novembre ha rappresentato un momento di generalizzazione e socializzazione dello sciopero senza molti precedenti per l’università.

Il caso più peculiare è Torino, dove l’Assemblea precaria ha dato una risposta all’annosa domanda: «come scioperano i precari?». Dato che, nonostante la precarietà, l’università è anche il loro luogo di lavoro, le precarie e precari hanno bloccato un’intera mattinata il Campus Einaudi, visionario edificio progettato da Norman Foster, le cui luminose aule studio fanno da coworking per assegniste e PhD di tutta Torino. Dopo averne barricato all’alba gli accessi principali, verso l’ora di pranzo hanno raggiunto in corteo il comizio finale di Cgil e Uil: nonostante qualche incomprensione, sono intervenuti dal palco, raccogliendo la solidarietà della piazza – un momento simbolico per una categoria che fatica a vedersi riconosciute le forme contrattuali tipiche del lavoro subordinato. A Torino va anche probabilmente la palma della prima contestazione alla Ministra, da allora costretta a tenere sotto traccia le sue apparizioni fuori dalla Ztl romana.

A Bologna, l’appuntamento al Portico dei Servi è diventato rapidamente un corteo interno, che ha interrotto il CdA dell’Università per chiedere conto al rettore delle posizioni della Conferenza dei rettori italiani (Crui), «che non solo ha dato parere positivo alla riforma, ma ha chiesto al governo di garantire almeno una decina di anni di precariato a ricercatrici e ricercatori prima della meritata stabilità». Il baronato denuncia i tagli ma non disdegna certo la precarietà – del resto è stato un ex presidente Crui ad aver scritto la riforma. Di fronte alla protesta precaria, tuttavia, molti rettori si sono dissociati dalla Crui: oltre a Bologna, è successo anche nell’incontro promosso all’Università per stranieri di Siena dalla Rete delle società scientifiche il 25 novembre, dove a porre la questione è stata l’Assemblea precaria pisana.

A Pisa la peculiarità è stata la partecipazione della componente studentesca, nelle grandi assemblee e nel corteo del 15 novembre, che ha visto almeno 2.000 persone sfilare per la città. Forte di quella prima mobilitazione, e di una convergenza attiva con il movimento delle scuole e le realtà della sinistra cittadina, il movimento pisano ha convocato una piazza autonoma e l’ha riempita con il doppio delle persone. Accanto alla cittadinanza e agli altri settori in sciopero, la componente precaria ha avuto un’inedita visibilità, attraversando il corteo con al collo delle clessidre che recitavano le date di scadenza dei loro contratti. Nel mentre, striscioni contro i tagli e la ricerca bellica venivano srotolati dai dipartimenti e persino dalle mura dell’antica Repubblica marinara, mentre i corpi dei precari e la vernice bianca lavabile realizzavano due «No Ddl Bernini» sotto il Rettorato dell’UniPi e lungo gli argini dell’Arno. È significativo che proprio a Pisa, la componente studentesca – che non ha smesso di mobilitarsi anche sulla Palestina, come testimoniato dalla presentazione in università del libro di Maya Wind – abbia ottenuto la riscrittura dello statuto d’ateneo, dove si legge ora che «l’Università di Pisa non sostiene e non partecipa ad alcuna attività finalizzata alla produzione, allo sviluppo e al perfezionamento di armi e sistemi d’arma da guerra». Del resto, in un ateneo in grave difficoltà finanziarie, il Rettore Zucchi vede nel suo ampio corpo studentesco un’arma per difendersi dal Ministero cui ha minacciato di incatenarsi. La coperta è corta però, con tagli già attuati a biblioteche e aule studio, l’aumento delle tasse studentesche e (nostra triste e facile previsione) il licenziamento di 30 lavoratrici e lavoratori degli appalti esternalizzati. Nonostante la pioggia battente, il 18 dicembre studentesse, studenti e l’Assemblea precaria hanno presidiato il CdA che ne sanciva il licenziamento.

La convergenza trova le sue forme anche altrove: da Palermo, dove l’Università ha partecipato dietro lo striscione del Cuir – Coordinamento Università In Rivolta, esperimento interessante «che accoglie in uno spazio orizzontale student3, dottorand3, assegnist3, ricercator3, professor3 e personale Tab dell’Ateneo», a Padova, Genova e altre città, dove precarie e precari si sono concentrati autonomamente per poi convergere nei cortei confederali. A Padova, dopo un appello circolato proprio nei giorni precedenti lo sciopero, partecipate assemblee di ateneo (il 28 novembre e poi il 12 dicembre) hanno esteso la mobilitazione a tutte le componenti dell’ateneo, che è sceso in piazza il 17 dicembre.

In tutta Italia precarie e precari hanno impostato risposte automatiche alle mail per segnalare la propria adesione allo sciopero, fatto appello ai docenti perché scioperassero anche per loro, presentato e fatto approvare mozioni in corsi di laurea, dipartimenti e Senati accademici. Il risultato si è visto non solo nelle piazze: a Torino e Bologna, secondo le adesioni raccolte online dalle rispettive Assemblee precarie, avrebbero scioperato rispettivamente 300 e 200 precari, all’Università di Pisa lo hanno fatto 227 tra professori e ricercatori, il 17% del totale, assieme al 20% alla Normale e al 26% al Sant’Anna. Non male per un settore senza Rsu (a parte per il personale tecnico-amministrativo, che infatti sciopera in percentuali assai più elevate), dove di norma le adesioni si contano sulle dita di una mano, e per una lotta completamente ignorata dai media nazionali.

Dalle università ai palazzi romani

Mentre in molte città lo sciopero è servito a tenere le prime assemblee pubbliche e costituire nuovi nodi locali, a Roma la protesta ha raggiunto il Ministero – non il «solito» Miur, ma un’elegante, piccola, palazzina, nascosta persino alla vista delle auto imbottigliate su Viale Trastevere dalle Mura Portuensi, perfetta metafora di un’università sottofinanziata nel disinteresse generale. Proprio il 29 novembre, l’Assemblea precaria della Sapienza, le Clap e l’Flc hanno messo in scena una cacerolada nella piazzetta antistante – intitolata ad Antonio Ruberti che, da Ministro, inaugurò l’autonomia finanziaria contro cui, trentacinque anni fa, insorse la Pantera, e che da allora dispiega i suoi nefasti effetti. 

Tre settimane dopo, il 20 dicembre, nella stessa piazza, c’erano anche Roma Tre in Mobilitazione, la neonata Assemblea di Tor Vergata, assieme a quelle di Milano e Siena, associazioni studentesche, sindacati e docenti da tutta Italia, per gli «Stati di Agitazione» in opposizione agli «Stati generali dell’Università» convocati dalla Crui in una Montecitorio blindata per l’ennesimo mercanteggiamento col Governo. Nonostante il poco preavviso e il periodo natalizio, in centinaia hanno affollato prima un’assemblea a Roma 3 e poi il presidio. Dopo lo sdegnoso e grottesco rifiuto a ricevere i manifestanti, un’ampia delegazione ha potuto ribadire il concetto il 23 gennaio, in un incontro servito soprattutto per lanciare la settimana di agitazione che vedrà, il 28 gennaio, la ripresa della discussione del Ddl Bernini nella Commissione Cultura del Senato. Mentre sembrano mancare ancora i necessari pareri da parte dell’Ue, il governo minaccia di accelerare un iter che, al momento, difficilmente uscirà dalla Camera prima di metà di aprile. In tempo cioè per far finire le sessioni d’esame e pensare forme più incisive di protesta con le aule di nuovo piene. Per questo, gli Stati di agitazione hanno predisposto un form in cui docenti e personale di ricerca, precario o strutturato che sia, possono dare la propria disponibilità a lezioni in piazza, scioperi e via dicendo.

Sul piano più istituzionale, la Rete delle società scientifiche continua la sua inedita mobilitazione non solo con incontri pubblici e prese di posizione, ma anche collaborando a emendamenti che mirano a disinnescare tutte le nuove figure precarie, a eccezione del Contratto post-doc, annuale ma inquadrato come lavoro dipendente. Un emendamento su cui, stante la richiesta condivisa da tutto il movimento di bocciare l’intero Ddl, metterà alla prova se le opposizioni vogliono rappresentare gli interessi della Crui o quelli del resto dell’università.

Nessun contratto, ma tante sòle

Nel frattempo, scaduta con il 2024 la possibilità di bandire assegni di ricerca, le università sono impossibilitate a reclutare ricercatori a termine. Come ho spiegato sul Menabò di Eticaeconomia, il Contratto di ricerca, conclusasi il 9 ottobre una lunga negoziazione sindacale, aspetta le «bollinature» del Mef e degli altri organi competenti. Se è ragionevole aspettare qualche giorno per questo passaggio (ma è già vergognoso non si siano accelerati i tempi), il fatto che ogni università dovrà redigere e approvare nelle diverse sedi i regolamenti relativi a questa nuova figura lascia pensare che ci vorrà almeno un altro mese per poterli bandire. A rendere grottesca la situazione è che, in queste stesse settimane, dovrebbero partire progetti per centinaia di milioni di euro sul Fondo Italiano per la Scienza (Fis): un bando che dovrebbe finanziare la «ricerca di base», ma che assegna, sul modello dell’Erc europeo, da 1 a 1,9 milioni di euro a pochi progetti, selezionati sulla base della loro innovatività e del potenziale scientifico di chi li presenta. Tra novembre e dicembre, sono uscite le graduatorie del Fis2 – finanziato con 250 milioni – e sono stati messi a bando altri 475 milioni per il Fis3. Con una mano dunque si taglia il Fondo di finanziamento delle università (Ffo), con cui le università reclutano personale stabile sulla base delle esigenze didattiche e di ricerca, con l’altra si finanziano bandi premiali, dalle procedure di selezione assolutamente opache, che attribuiscono un ammontare di risorse sproporzionato a pochi fortunati vincitori che riescono a  «vendere» il proprio progetto, magari orientandosi su tematiche alla moda, e il più delle volte finiscono per rafforzare le disuguaglianze pregresse tra atenei e gruppi di ricerca. Se precari, i vincitori sperano di farsi assumere dalle università, che godono di uno «sconto» sulla loro stabilizzazione: con i tagli, però, molti atenei esitano comunque a impegnarsi, tenendo molti vincitori in sospeso. In più, a poche settimane dalla data in cui i progetti premiati dovrebbero partire, non hanno ancora forme contrattuali per assumere collaboratori. Stessa incertezza affliggeva chi, entro oggi, avrebbe dovuto presentare domanda per il Fis3. 

Il Mur sembra orientato a concedere una proroga all’avvio dei Fis2, e il 23 gennaio, con la solita mancanza di rispetto per chi lavora in università, ha esteso la scadenza del Fis3 dal 27 gennaio al 18 marzo; ma ha anche pensato bene di permettere di applicare il Contratto di ricerca anche ai vincitori del Fis3. Se è più che discutibile che simili meccanismi determinino le carriere individuali e la capacità degli atenei di assumere, è umiliante che persino chi è dichiarato così «meritevole» da vincere un progetto milionario per cui dovrà coordinare il lavoro di diversi altri ricercatori, venga inquadrato con il loro stesso contratto precario, senza nemmeno sedere nel consiglio del dipartimento che intascherà una bella percentuale dei soldi del suo progetto. 

Intanto, continua ad allungarsi la lista delle sòle che il governo Meloni assesta all’università italiana: mentre viene condiviso da sempre più parti l’allarme, lanciato dall’Associazione italiana per la promozione della scienza aperta, sull’obbligo previsto dall’articolo 31 del Ddl Sicurezza di «collaborare con i servizi segreti» anche per il personale dell’Università, la task force istituita per fare il «tagliando» alla riforma Gelmini lavora a pieno ritmo. Si partirà dalla «razionalizzazione delle spese», con ulteriori tagli e accorpamenti, giustificati – in un paese in cui tantissimi continuano a non iscriversi all’università per assenza di diritto allo studio – sulla base del calo demografico. Del resto, come scrive un noto esponente della task force in un testo paradigmatico dell’idea conservatrice di università, per la destra l’università deve «stratificare» la società, e può farlo solo se è piccola e selettiva, scartando chi non ha le qualità («psichiche»!) per meritarsela. Un ritorno all’Ottocento in linea con la reintroduzione del latino e, perché no, l’abolizione della scuola media unificata.

Organizzare la resistenza, pianificare il contrattacco

Se i tagli (mezzo miliardo nel 2024, e altri 700 milioni nel 2025-2027) son già passati, non è solo per il Ddl Bernini che occorre mobilitarsi, ma per organizzare una resistenza all’altezza della sfida e prepararsi a un contrattacco che imponga nel paese il tema del rifinanziamento dell’università. Da questo punto di vista, le prossime settimane saranno cruciali. In primo luogo si inizierà a vedere se – in risposta anche all’appello del movimento pisano – le studentesse e gli studenti si mobiliteranno a difesa dell’università pubblica, permettendo alle proteste di raggiungere la visibilità finora negatale dalla stampa. Uno scatto per il quale è fondamentale che professoresse e professori strutturati si uniscano alla protesta, anziché continuare a vivere lo smantellamento dell’istituzione per cui lavorano come un destino ineluttabile. L’assemblea di Bologna sarà un momento cruciale nella presa di coscienza e strutturazione del nuovo precariato universitario, ma a doversi organizzare e sindacalizzare è tutta la docenza, compresa quella di ruolo. Il 29 novembre è stato un momento di rottura, di presa di consapevolezza che, come ha avuto modo di dire Tomaso Montanari in un presidio con gli operai della Beko, anche «l’università è fatta di lavoratrici e lavoratori». In tutto il mondo, da due secoli, le lavoratrici e i lavoratori si danno forza organizzandosi in sindacati. Molte colleghe e colleghi nei corsi di economia, storia o sociologia, spiegano come il progresso sociale sia passato o possa passare dalla forza del movimento sindacale (al punto da farne un fortunato meme). È l’ora di prenderci sul serio, di concepirci davvero come lavoratrici e lavoratori e agire come tali – a partire dal dare solidarietà concreta a chi è precario, sia un dottorando o una lavoratrice esternalizzata. Quando partiranno i bandi del Fis2, si inizierà a creare un primo nucleo di Contrattisti – lavoratori dipendenti, vincolati a una contrattazione collettiva: prima ancora, bisognerà vigilare sulla scrittura dei loro regolamenti d’ateneo, con conseguenze materiali importanti. In questo contesto di mobilitazione, non è utopistico pensare che le Assemblee precarie d’Ateneo possano diventare i «consigli delle fabbriche del sapere», alla base di un’inedita sindacalizzazione che tragga ispirazione dalla tradizione del movimento operaio. Lo sciopero generale ha mostrato che persino nelle università – come in sempre più settori della società italiana – l’aria sta cambiando e si aprono nuovi spazi per l’azione sindacale. I prossimi mesi saranno segnati da una rischiosa ma coraggiosa campagna referendaria su lavoro, precarietà, sicurezza, licenziamenti. Uscendo dalla «torre d’avorio» per partecipare alla battaglia delle precarie e precari, l’università può costruire alleanze larghe necessarie non solo a resistere alla primavera delle controriforme, ma a immaginare un autunno di contrattacco, che pretenda il rifinanziamento, la stabilizzazione dei precari e un vero diritto allo studio.

Giacomo Gabbuti

27/1/2025 https://jacobinitalia.it/

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