Occupate dopo la pandemia
Credits Unsplash/Bethany Stephens
Cosa è cambiato dopo la pandemia e con il Pnrr per le donne che lavorano, fra luci, ombre e stereotipi ancora difficili da scardinare. Il quadro a partire dagli ultimi dati sull’occupazione in Italia
Fino a poco tempo fa dominava il racconto di un andamento post-Covid molto favorevole per l’occupazione, quella femminile in particolare. Retorica o realtà? Per capirlo guardiamo a quanto è successo negli ultimi tre anni, a partire cioè dalla fine del 2021, quando erano appena state recuperate le perdite occupazionali dovute alla pandemia ed era stata da poco incassata la prima rata del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).
Se è troppo presto per capire quali effetti stiano sortendo le politiche contemplate dal Pnrr, è utile riandare agli obiettivi che il Piano ha identificato: un differenziale positivo di crescita per l’occupazione femminile, una migliore qualità delle condizioni di impiego – leggi precarietà e part-time involontario – una ricomposizione perequativa della distribuzione dell’occupazione per regione, età e per settori e mestieri – più giovani, più occupazione nell’area Stem, meno stereotipi occupazionali. In che misura gli sviluppi dello scorso triennio hanno assecondato questi obiettivi?
In merito al primo, rispondere è relativamente semplice. Negli ultimi tre anni abbiamo guadagnato mezzo milione di posti di lavoro per le donne (+473.000 fra dicembre 2021 e dicembre 2024, secondo l’Istat), portando il tasso di occupazione tre punti sopra quel 50% raggiunto già prima della pandemia. Ma è cresciuta anche la distanza con l’occupazione maschile, seppur di poco: il differenziale con il tasso di occupazione degli uomini era pari a 17,2 punti percentuali a dicembre 2021, ed è salito a 18,2 punti a dicembre 2024.
Fra le donne, la componente delle giovani adulte (15-39 anni) è cresciuta più della media – non così fra i maschi –, mentre l’occupazione del Mezzogiorno rispetto al resto dell’Italia è risultata più dinamica per l’uno e l’altro sesso.[1] Dunque, delle tre linee assiali che hanno guidato il Pnrr – favorire una maggiore espansione dell’occupazione meridionale, giovanile e femminile, il primo asse è, per ora, in linea con le aspettative, il secondo solo in parte, mentre il terzo ancora tarda, nonostante l’indubbio aumento in termini assoluti.
Quanto alla riduzione della precarietà, è presto detto: negli ultimi tre anni il lavoro temporaneo è diminuito in proporzione apprezzabile per gli uomini (-15,7%), mentre è aumentato per le donne, anche se di poco (+2.4%).[2] Il part-time involontario ci regala invece una buona notizia, essendo calato per tutti ma soprattutto per le donne, salvo che le medesime continuano a sperimentarlo in misura sproporzionata (15,6% di tutte le occupate contro 5,6% degli occupati), come ci dicono i dati Inps.[3]
Uno dei problemi alla radice di tutto ciò, è che ha funzionato poco quella ricomposizione perequativa che avrebbe dovuto favorire l’ingresso delle donne nelle professioni e nei settori più dinamici e/o meglio retribuiti, ridimensionandone al contempo la sproporzione nei vari comparti occupazionali caratterizzati da bassi salari, intermittenza e precarietà.
Le lavoratrici non sono cresciute solo o prevalentemente laddove sono in minoranza, né sono diminuite prevalentemente laddove sono in maggioranza. Ce lo illustra la Figura 1, che associa il tasso di femminilizzazione delle persone occupate per settore NACE – la classificazione statistica delle attività economiche nella Comunità europea (dal francese Nomenclature statistique des activités économiques dans la Communauté européenne, abbreviato in NACE, ndr) – a due cifre (circa 90 settori) alla variazione di questo stesso tasso negli ultimi tre anni disponibili. La disposizione delle coppie di dati ‘a nuvola’ attorno allo zero non rivela alcuna precisa direzione, e suggerisce che la relazione non è forte né in un senso né nell’altro.
Figura 1. Presenza femminile nei diversi settori e relativa variazione

Fonte: Istat, Serie storiche occupati e disoccupati, gennaio 2025.
Eppure, il quadro che sottostà a questo grafico non è statico. Un’analisi puntuale mette in luce flussi settoriali anche consistenti che però hanno solo scalfito alcuni stereotipi occupazionali esistenti senza scardinarli, e ne hanno rafforzato altri o ricreato di nuovi.
La crisi dell’automotive ha ridotto il numero degli occupati maschi, che però hanno beneficiato dell’espansione di settori altrettanto ‘maschili’ delle costruzioni e dei trasporti. Laddove in questi settori le donne hanno comunque aumentato la loro (esigua) quota – ad esempio nei trasporti – il guadagno in termini assoluti è stato limitato.
La crisi del settore tessile e dell’abbigliamento ha penalizzato tutti, in termini relativi leggermente meno le donne, accentuando la femminilizzazione di questo comparto manifatturiero.
Il contrario è avvenuto in un altro settore in forte calo, quello del personale impiegato dalle famiglie: fra la fine del 2021 e la fine del 2024 le famiglie hanno perso quasi 100.000 collaboratrici e 4.000 collaboratori. In proporzione sono stati colpiti maggiormente i (pochi) collaboratori, impattando sulla straripante femminilizzazione del lavoro di cura, ma ciò consola poco se si pensa ai disagi che il calo dei servizi domestici può aver provocato.
Si sono ulteriormente femminilizzati settori in crescita che già vedevano una sovra-rappresentazione di donne, quello alberghiero e dei B&B, da una parte, o quello delle parrucchiere, delle estetiste, e del personale dei centri benessere dall’altra. Con la crescita di questo tipo di attività è cresciuto anche il lavoro precario che da sempre le caratterizza. Ciò è stato compensato solo in parte dalla ripresa dell’occupazione in comparti ‘garantiti’, come la pubblica amministrazione, la scuola e la sanità: secondo i dati Inps, nel 2023, infatti, più del 22% delle lavoratrici nel pubblico lavoravano a tempo determinato.[4]
Provvidenzialmente, non tutto si è riprodotto secondo copione. Qualche segno di cambiamento c’è, ad esempio sul fronte delle attività intensive in scienza, tecnologia, ingegneria e matematica – le celebrate discipline Stem. Le donne professioniste, in aumento, pesano ora di più sul totale delle professioni libere, pur nella consapevolezza che vi si annoverano avvocati accanto a ingegneri. La componente femminile è cresciuta in maniera apprezzabile anche fra programmatori, tecnici, consulenti e altro personale informatico, (quasi 20.000 donne in più), senza però riuscire a tenere il passo con i progressi dell’occupazione maschile nel comparto. Segnali timidi di cambiamento, nel complesso.
Possiamo forse sperare che cambiamenti più radicali seguiranno la piena messa a terra di un Pnrr che è ancora lontano dal traguardo? Il piano si è ripromesso, in particolare, di espandere gli istituti professionali per colmare le lacune educative dei giovani e delle donne rispetto ai nuovi saperi tecnologici. Soprattutto, ha previsto di creare quelle infrastrutture sociali che dovrebbero alleggerire l’onere della cura favorendo l’occupazione femminile – asili nido, case di comunità e ospedali, solo per ricordare i soliti noti.
Al momento disponiamo di informazioni sulla nuova offerta di asili nido, molto meno sul resto. Secondo le stime elaborate dall’Ufficio parlamentare di bilancio, nello scenario più favorevole, e complice la denatalità, l’attuazione del Pnrr garantirebbe una copertura pari o superiore al 33% in tutte le regioni, a eccezione della Campania e della Sicilia, e del 45% in 7 regioni, 4 delle quali nel Mezzogiorno. Il 45% è il nuovo standard europeo a valere dal 2030 per i bambini e le bambine fino a tre anni.
Figura 2. Numero di posti per 100 bambini in età 0-2 anni (popolazione media 2026) in due scenari di stima

Fonte: Ufficio Parlamentare di Bilancio (Focus tematico n. 1/15 gennaio 2025)
Stime rassicuranti, nonostante scontino il permanere di notevoli ritardi in parte del Mezzogiorno (Figura 2). Tuttavia, il Pnrr finanzia la spesa in conto capitale – gli edifici e le attrezzature – non quella corrente per le maestre, le mense, il materiale didattico di consumo.
I comuni, su cui grava la spesa corrente, sono perfettamente consapevoli del rischio che, in un futuro prossimo, i vincoli di spesa vanifichino almeno in parte lo sforzo di aver creato nuove strutture. Per contrastarlo è stato potenziato il Fondo comunale di solidarietà, ma in prospettiva occorre pensare a soluzioni più radicali, ad esempio fare dei nidi il primo ordine scolastico, inglobandoli a pieno titolo nel sistema educativo. Che si tratti di sanità, istruzione o cura, il punto è che il Pnrr dispiegherà in futuro i propri effetti solo se sarà seguito da politiche per far funzionare le strutture che ha creato.
Torniamo al presente, anzi al passato degli ultimi tre anni, che ha visto non poche ombre accanto alle luci per il lavoro delle donne. Aggrappiamoci alle luci e accettiamo la sfida di riempire un bicchiere ancora troppo vuoto. A ogni risveglio dobbiamo ormai assistere a una nuova puntata di un sequel chiamato “rapporti di forza”. Ebbene, avere un buon lavoro è un punto di forza, per tutte le persone, e ancor più per le donne di questo paese.
Note
[1] Secondo i dati Eurostat REGIO, tra la fine del 2021 e la fine del 2023 il contributo dell’occupazione meridionale alla crescita complessiva è stato del 32%, cioè più del peso di tale occupazione sul totale nazionale, e la differenza in positivo è forte soprattutto per le donne.
[2] Come ci dicono i dati Eurostat relativi al terzo trimestre 2021-2024.
[3] Si veda il Rendiconto di genere 2024, p. 45.
[4] Si veda il Rendiconto di genere 2024, p. 40
Francesca Bettio
7/3/2025 https://www.ingenere.it/
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