Persone con disabilità: lavorare in Italia è una gincana tra pregiudizi

Quante persone con disabilità lavorano in italia? E quali difficoltà devono affrontare? Ecco qual è la situazione oggi

Il settore della comunicazione, dell’editoria e del giornalismo è da sempre sinonimo di creatività, flessibilità e apertura al cambiamento. Eppure, per le persone con disabilitàl’accesso a queste professioni resta estremamente difficile, ostacolato da pregiudizi, barriere culturali e un mercato del lavoro che fatica a riconoscere il valore della diversità.

Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Istat ed elaborati da Manageritalia, in Italia, su un campione di circa tre milioni di persone con disabilitàsolo il 32,5% della fascia di età compresa tra i 15 e i 64 anni ha un lavoro, a fronte di un tasso di occupazione nazionale pari al 58,9 per cento.

Anche il tasso di disoccupazione risulta significativamente più alto: il 20% delle persone con disabilità è in cerca di lavoro, una percentuale quasi doppia rispetto all’11,3% rilevato nella popolazione generale.

E se in molti settori la mancanza di accessibilità fisica rappresenta un ostacolo tangibile, nel mondo della comunicazione il problema è più subdolo: la disabilità viene spesso percepita come un limite cognitivo o produttivo, alimentando una discriminazione silenziosa e resistenze difficili da superare.

Persone con disabilità al lavoro, un pregiudizio invisibile

A differenza di altri settori, la comunicazione si basa sulle competenze intellettuali e relazionali, elementi che nulla hanno a che vedere con la maggior parte delle disabilità. Eppure, il pregiudizio persiste.

Le persone con disabilità vengono spesso escluse già in fase di selezione, perché considerate meno “adatte” a un ambiente lavorativo dinamico e competitivo.

Questo fenomeno è amplificato da una visione stereotipata del lavoro nel settore: un’attività frenetica, fatta di spostamenti continui, incontri dal vivo, eventi e scadenze serrate.

La possibilità di lavorare da remoto o con strumenti accessibili esiste, ma il cambiamento culturale fatica ad affermarsi.

Molte aziende editoriali e agenzie di comunicazione non prevedono politiche attive di inclusione, né programmi di tutoraggio o formazione per favorire l’ingresso delle persone con disabilità.

Di conseguenza, anche chi possiede talento e qualifiche adeguate si scontra con un mercato chiuso e diffidente.

Italia alle prese con le parole che escludono

Uno degli ostacoli maggiori all’inserimento lavorativo delle persone con disabilità è il linguaggio utilizzato nei documenti ufficiali e nella normativa vigente.

Il riconoscimento dell’invalidità viene spesso erroneamente associato all’incapacità lavorativa, creando un fraintendimento che porta i datori di lavoro a escludere a priori candidati con disabilità.

Espressioni come «diminuzione permanente della capacità lavorativa» o «assoluta e stabile impossibilità a svolgere un’attività professionale», ancora presenti nei verbali di invalidità civile, trasmettono un’idea distorta della realtà.

Questo linguaggio risale a un’impostazione normativa ormai superata, basata sulla legge n. 118 del 1971, che considerava la disabilità quasi esclusivamente in termini di assistenza e protezione, anziché di inclusione e valorizzazione delle competenze.

Anche se oggi l’approccio è cambiato, il lessico giuridico continua a influenzare negativamente il mondo del lavoro.

Persone con disabilità e lavoro: il caso dell’editoria

Nel settore pubblico l’inclusione è favorita da obblighi normativi che impongono quote di assunzione per le persone con disabilità.

Nel privato, invece, le barriere sono più difficili da abbattere.

La legge n. 68/1999, che regola il collocamento mirato, impone alle aziende con più di 15 dipendenti di riservare una percentuale dei posti ai lavoratori con disabilità.

Tuttavia, molte imprese preferiscono pagare le sanzioni piuttosto che adeguarsi, alimentando un sistema che scoraggia l’inclusione anziché favorirla.

Nel settore dell’editoria, il problema è ancora più evidente. L’accesso al lavoro dipende spesso da esperienze pregresse, contatti e opportunità informali, elementi che penalizzano chi già parte da una posizione di svantaggio.

Inoltre, l’assenza di programmi di inclusione e formazione specifici rende ancora più difficile il superamento delle barriere iniziali. Molti professionisti con disabilità, pur avendo talento e competenze, si trovano spesso costretti a percorsi alternativi, come il freelance o l’autoimprenditorialità, per poter lavorare nel settore.

Ma questa scelta, più che una libertà, diventa spesso una necessità dettata dalla mancanza di reali opportunità occupazionali.

Persone con disabilità: quattro passaggi per un cambiamento concreto

Superare questi ostacoli richiede un intervento su più livelli. Serve innanzitutto un cambiamento culturale: è fondamentale sensibilizzare i datori di lavoro sull’importanza della diversità e dell’inclusione, sfatando i pregiudizi che vedono la disabilità come un limite insormontabile.

Si sente poi la necessità di un aggiornamento normativo, perché la legislazione deve essere riformata per eliminare il linguaggio obsoleto che associa l’invalidità all’inattività lavorativa, allineandosi alle nuove prospettive di inclusione.

Di grande importanza sono poi incentivi e supporti concreti alle aziende. Anziché limitarsi a imporre obblighi, lo Stato dovrebbe offrire incentivi e strumenti di supporto per favorire l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità.

Infine, vanno attuate politiche aziendali più inclusive. Le imprese della comunicazione e dell’editoria dovrebbero adottare programmi di mentoring e formazione per facilitare l’inserimento di professionisti con disabilità, riconoscendo il valore aggiunto che possono portare.

Mirella Madeo

20/3/2025 https://www.osservatoriodiritti.it/

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