Raccontare Carlo 23 anni dopo

Negli ultimi mesi Claudia Cipriani ha incontrato molte persone in luoghi sociali di tutta Italia che hanno ospitato la proiezione del suo film dedicato a Carlo Giuliani. Incontri nei quali le idee, le lotte, le proposte dello straordinario movimento emerso a Genova, capace di far camminare insieme pezzi di società diversa e di restituire forza e dignità alla voglia di cambiare il mondo, si sono rivelate più attuali che mai. Intanto Elena e Haidi Gaggio Giuliani hanno aderito alla campagna Partire dalla speranza e non dalla paura: per Comune, che senza Genova probabilmente non esisterebbe, resta una notizia bellissima

Il 20 luglio di quest’anno sono passati ventitré anni dalle contestazioni al G8 di Genova e dall’uccisione di Carlo Giuliani. A lui ho dedicato un film che ha concluso da poco un tour di oltre sessanta proiezioni in Italia e all’estero e che sarà visibile in anteprima su Vimeo e sulla piattaforma indipendente Open Ddb. Il titolo del film, Di vita non si muore, è tratto da un verso di una delle poesie di Carlo Giuliani. Pochissimi sanno che quel ragazzo di ventitré anni, ucciso ventitré anni fa, scriveva poesie. Sono molte, d’altronde, le cose che non si sanno di Carlo, conosciuto solo per la sua morte a Genova in Piazza Alimonda. E se sono consapevole che sia giusto ricordare il contesto entro cui quell’uccisione è avvenuta, devo premettere che, quando ho deciso di dedicarmi a questo film, a me interessava più parlare della vita di Carlo che della sua morte, e cercare di andare oltre il simbolo che su di lui è stato costruito e oltre le strumentalizzazioni di chi, da una parte lo ha demonizzato infangandone la memoria, e dall’altra invece lo ha santificato. Al contempo mi interessava parlare anche della vita di quello straordinario movimento che fu protagonista di molte proteste, dalla fine degli anni Novanta. Troppo spesso, ricordando il cosiddetto movimento no-global, si fa riferimento solo alla violenza con cui è stato represso, dimenticandone la vitalità, omettendo le ragioni che portarono milioni di persone in tutto il mondo, non solo a scendere in piazza, ma a cercare di creare alternative concrete al neoliberismo. Eppure quelle idee, quelle battaglie, quella ricerca di pratiche alternative, sono più attuali che mai. Sono ancora tutte qui, ora. “Un altro mondo è possibile”, come si diceva allora.

Per raccontare la vita di Carlo e il contesto storico e politico entro cui quella vita si è dispiegata ho scelto di realizzare un film completamente autoprodotto e autodistribuito, anche per coerenza con ciò che andavo a raccontare, e cioè una persona e un contesto sociale che credevano nell’autogestione e praticavano modalità politiche e culturali lontane da quelle istituzionali e/o mercificate. Così il film ha girato tantissimo, da nord a sud, nel circuito delle sale cinematografiche indipendenti e negli spazi sociali autogestiti. E questo mi ha anche permesso di fare una fotografia dell’Italia di oggi, di riflettere su un possibile e necessario allargamento di battaglie già in atto. Battaglie che rimangono ancora piccole isole in un grande mare, ma che se riuscissero a creare connessioni e una rete unitaria, potrebbero incidere davvero su nuove forme di risposta politica alla crisi e al disagio che stiamo vivendo.


APPUNTAMENTI: Per non dimentiCarlo. Genova, 19-21 luglio


È un filo rosso che lega le battaglie di questo presente a quelle di quel recente passato. Riporto solo qualche esempio: venendo a contatto con diverse comunità durante il tour del film, ho conosciuto un combattivo collettivo di Orvieto che è riuscito a impedire la costruzione di un gigantesco impianto geotermico che avrebbe distrutto le campagne circostanti e l’equilibrio ambientale. Ho incontrato i ragazzi pugliesi che hanno lottato contro la realizzazione di un grosso circuito della Porsche in una zona ricca di biodiversità. Ho dialogato con i centri sociali che in Calabria e in Sicilia si oppongono alla propaganda militaresca e guerrafondaia nelle scuole (in diverse regioni è purtroppo ormai diventata consuetudine la promozione di stage per gli studenti nelle basi Nato e in generale in quelle militari). A Massa il film è stato proiettato grazie a un’associazione per cui “la salute non è una merce e la sanità non è un’azienda” e porta avanti tante iniziative per ribadirlo. A Napoli ho assaggiato i prodotti di un’associazione legata a “Genuino clandestino”, movimento nato proprio sull’onda delle contestazioni al G8, per un’agricoltura sostenibile e locale, un lavoro senza sfruttamento e una distribuzione equa. Ho potuto dunque toccare con mano che le ragioni e le lotte di oltre vent’anni fa, sono le stesse di oggi, amplificate: la battaglia contro le multinazionali del’agroalimentare con il loro carico di ogm, brevetti sulle sementi e pesticidi; l’opposizione alla rapina neocolonialista delle risorse dei Paesi del Sud del mondo; le campagne per la tassazione delle transazioni finanziarie (in un panorama in cui il capitalismo è diventato sempre più una mostruosità tentacolare, dominata da pochi potentissimi fondi ramificati nelle multinazionali di tutto il mondo); la richiesta della cancellazione del debito dei paesi del sud e del nord del mondo (vedasi ad esempio le battaglie in Grecia contro le imposizioni della Troika); la necessità di una rete di controinformazione contro la propaganda crescente (Indymedia docet); le manifestazioni oceaniche contro le guerre fatte in nome delle varie “emergenze al terrorismo”; la battaglia contro un sistema di sorveglianza sempre più capillare e repressivo (la prima grossa opposizione fu il movimento americano contro il Patrioct act). 

Oggi si contestano, giustamente, i provvedimenti repressivi del governo Meloni, anche se purtroppo spesso ci si dimentica che sono il frutto di un autoritarismo crescente, cominciato con i governi precedenti, caratterizzati da una pervasiva e incessante limitazione di diritti basilari: quelli relativi alla salute, al lavoro, all’istruzione, alla casa, alla libertà di espressione e di protesta. Qualche esempio: il daspo urbano del ministro pd Minniti, i decreti sicurezza di Salvini, i lockdown e coprifuoco di Conte, i greenpass di Draghi. E soprattutto, siamo al quinto anno consecutivo di Stato di emergenza, con tutto ciò che ne consegue per l’agibilità politica, la partecipazione e la possibilità di incidere sulle decisioni del governo in carica.

Com’è possibile che le analisi di vent’anni fa contro lo strapotere delle multinazionali, contro gli organismi sovranazionali, organi di potere del neoliberismo, contro gli Stati trasformati sempre più in strumenti di sorveglianza e repressione, anziché essere strumento critico per scandagliare il presente e intercettare i dispositivi autoritari, siano state spazzate via, facendo accettare l’inaccettabile? La mia opinione è che per molti, purtroppo, non sono state analisi, ma slogan, che scivolano via al momento opportuno. Ma la memoria non è un esercizio nostalgico e sterile, la memoria deve servire per comprendere le contraddizioni presenti e tentare di cambiare un futuro già scritto. Nel documentario ci sono diversi confronti tra la situazione odierna e quella passata. Faccio due esempi: la contestazione alla trasformazione di Genova in zona rossa, quando oggi abbiamo avuto un Paese costellato di zone rosse senza la minima obiezione; i continui Stati di emergenza varati uno dopo l’altro (pandemia, guerra in Ucraina, migranti, e così via) mentre nel ’78 col rapimento Moro il governo decise di non attuare lo Stato di emergenza perché ritenuto misura eccessiva. Sono stata felice di riscontrare che questi riferimenti sono colti dal pubblico come fonte di dibattuto e riflessione, così come sono stata felice quando gli studenti universitari mi hanno detto che questo film colma un vuoto, laddove nessuno gli ha mai raccontato cosa fu quel movimento che nacque venticinque anni e fu represso con tanta violenza.

Che fare, mi chiedono quei tanti giovanissimi tra il pubblico che assiste alle proiezioni? Come legare la situazione di oggi con quella di ieri? Vorrei confessargli che condivido il loro smarrimento, eppure intorno a me vedo troppi adulti rassegnati e incattiviti e non me la sento di lasciarli senza un briciolo di speranza. Inoltre, in questi cinque mesi di tour, ho notato un cambiamento nell’atteggiamento di molti giovani. E questo cambiamento, che si tinge di un po’ di ottimismo, lo imputo al grosso movimento pro Palestina degli ultimi mesi, alle occupazioni nelle università, ai tanti cortei, alle varie iniziative sparse in tutta Italia e nel mondo. È stato un sollievo vedere che, dopo tanto tempo, studenti, centri sociali, giovani palestinesi e gruppi vari, sono scesi in piazza uniti nonostante le differenze. Come si faceva anni fa. Perché le differenze e i contrasti ci saranno sempre, ed è anche giusto che ci siano, ma il nemico e gli obiettivi devono essere ben chiari perché, come si diceva una volta, “solo uniti si vince”. Per questo non mi interessa il disfattismo di chi dice che quello per la Palestina è solo un movimento di facciata, per ripulirsi la coscienza. Io guardo le piazze, dove palestinesi e nordafricani di seconda generazione marciano insieme a studenti e lavoratori italiani e ciò mi dà qualche speranza. Dei movimenti guardo ciò che c’è di genuino e coerente, il resto lo lascio alle diatribe sui social. Così come anche nel movimento di venticinque anni fa c’erano grosse contraddizioni e aspetti che non mi convincevano, ma cercavo di concentrami su quei temi e quelle battaglie che erano, e sono ancora, fondamentali. Le varie “dichiarazioni di guerra allo Stato” di Casarini & C, a pochi giorni dal G8 di Genova, dettero fastidio a tanti. Tra quelli c’ero io e c’era Carlo. L’attitudine di Carlo di essere un po’ periferico rispetto ai movimenti più in auge, è una delle cose che più mi sono piaciute di lui, che condividevo già vent’anni fa. Insieme al suo essere libertario in senso assoluto. Carlo rifiutava di etichettare le persone e non amava essere etichettato. Era quanto di più lontano da atteggiamenti giudicanti, dogmatici, manichei. E in un periodo in cui questi atteggiamenti sono imperanti, penso che il modo di essere di Carlo possa essere fonte d’ispirazione. Oggi si mettono etichette a chiunque e a qualsiasi cosa, a tutti i livelli: politico, sociale, culturale, di genere. Questo atteggiamento manicheo porta a divisioni continue, a una banalizzazione di qualsiasi questione e alla ricerca convulsa di capri espiatori sotto cui nascondere le contraddizioni laceranti e i reali problemi in atto. Non mi piacciono i discorsi retorici e nostalgici rispetto al movimento “no global”, come, d’altra parte, non mi convincono i discorsi disfattisti di chi dice che quel movimento fu solo una moda passeggera. Ci sono state tante esperienze, nate in quegli anni, che hanno dato la direzione a molte forme di politica genuinamente contestataria e propositiva. E molti di coloro che in questi ultimi anni hanno contestato le derive sempre più autoritarie dei vari governi Conte-Draghi-Meloni (e prima ancora Renzi, Letta, Monti, Berlusconi, Prodi) sono tra coloro che erano a Genova nel 2001. Per questo bisogna raccontare cosa fu quel movimento e perché cercarono di reprimerlo in tutti i modi.

In sostanza credo che non ci sia differenza tra chi sostiene che non ci potrà mai più essere un movimento come a Genova e chi pensa che il germe della sconfitta era già presente allora. Sono due facce della stessa medaglia. Entrambe vanno a mortificare qualsiasi tentativo di trasformazione della società in cui viviamo. È ovvio che i movimenti hanno un inizio e una fine, ma l’importante è non smettere mai di battagliare e seminare, perché prima o poi qualcosa germoglia. Perché, come scriveva Carlo, “di vita non si muore”.


Link Vimeo del film:


Claudia Cipriani

20/7/2024 https://comune-info.net



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