Rearm Europe: nuovi crediti di guerra
Foto di Marek Studzinski su Unsplash
La presidenza Usa di Trump ha innescato una serie di eventi a catena che disvelano infine il vero volto della Ue. Non solo il dispositivo neoliberale volto a imporre un assetto padronale all’intero continente, ma l’apparato di guerra. La risposta della Commissione europea al tendenziale disimpegno Usa sul fronte ucraino, in perfetta continuità con una postura militarista degli ultimi anni, è stata una proposta di riarmo del continente. Chiamandolo proprio così, ReArm Europe (anche se la denominazione è stata poi pudicamente cambiata, sotto spinta dei governi spagnolo e italiano, in Readiness 2030 – Prontezza).
La proposta della Von Der Leyen è stata divulgata il 4 marzo, ha ricevuto l’avallo del Consiglio Europeo (che in modo veramente irrituale ha convocato lei!) il 6 marzo, mentre l’Europarlamento ha dovuto accontentarsi di un voto simbolico. Viene prefigurato un aumento delle spese militari di 800 miliardi: 650 in capo ai singoli Stati e 150 alla Ue.
La cifra di 650 in realtà sembra buttata lì in modo abbastanza casuale. Nel terzo paragrafo della comunicazione si spiega che la prima via è aumentare la possibilità di indebitamento dei singoli paese membri permettendo di infrangere il Patto di Stabilità senza sanzioni. Segue la frase seguente: «Ad esempio: se gli Stati membri aumentassero in media la spesa per la difesa dell’1,5% del Pil ciò potrebbe creare un margine fiscale di circa 650 miliardi di euro nell’arco di quattro anni». Ma tanto la percentuale quanto il fatto che gli Stati adoperino tale margine ulteriore va verificato.
I 150 miliardi, invece, spuntano nel paragrafo seguente, in cui ci si dilunga sulle virtù che un acquisto comune comporterebbe (riduzione costi, interoperabilità, ecc.) glissando prudentemente sull’aspetto finanziario, se non per la striminzita frasetta: «La seconda proposta sarà un nuovo strumento. Fornirà 150 miliardi di euro di prestiti agli Stati membri per investimenti nella difesa». Non ci sono altri dettagli. Si noti che mentre la prima modalità prevede che gli Stati spendano di loro, qui si parla di un credito loro concesso dal “nuovo strumento”. Che sarà un programma di emissione di titoli in capo alle istituzioni comunitarie che a loro volta presteranno i soldi ai paesi. Modello Next Generation EU insomma.
Se questo fosse il caso ci aspettano mesi di negoziazioni serrate non certo facili.
Oltre a queste due vie di finanziamento ne vengono presentate altre due: disporre direttamente del bilancio Ue (che tutti sanno essere molto ridotto) e mobilitare il risparmio privato verso il militare.
Dobbiamo ricordare che gli Stati quando fanno debito con entrate tributarie inferiori alla spesa ricorrono ai mercati, cioè agli investitori privati. Il costo dell’indebitamento dipende da vari fattori ma quello decisivo è un ruolo forte della banca centrale: solo una sua forte azione può abbassare gli interessi richiesti. Se questa non si verificasse (e sarebbe dura spiegare agli elettori come si privilegi le armi rispetto alla spesa sanitaria) i meccanismi di ricerca del massimo profitto mettono in competizione gli Stati membri nel cercare di attirare investitori che li finanzino offrendo interessi superiori. Per i paesi col debito pubblico più ingente (in primis l’Italia) può essere catastrofico l’aumento dell’offerta di titoli sui mercati con condizioni preferenziali se riferiti al finanziamento della difesa, perché potrebbe tradursi in un innalzamento generalizzato dei tassi di interesse. E gli Stati che hanno il debito maggiore devono sostituire i pezzi di esso che vanno in scadenza emettendo nuovi titoli. Ulteriore pressione sulla spesa sociale e civile italiana, che peraltro dal luglio scorso è già sotto procedura di inflazione per deficit eccessivi.
Vice versa i paesi che hanno minor debito avranno meno conseguenze negative, ma se come la Germania hanno anche un Pil maggiore, si potranno armare di più. Come intende fare il nuovo prossimo cancelliere Merz.
Perciò dopo aver gettato nella spazzatura gli ideali di pace si va anche verso un’Europa più frammentata. Il nascente schieramento No ReArmEurope avrà molto da fare.
Matteo Bortolon
2973/2025 https://attac-italia.org/
*articolo pubblicato su il manifesto del 29 marzo 2025 per la Rubrica Nuova finanza pubblica
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