Riarmo europeo: come si costruisce una nuova bolla finanziaria

Immagine creata con AI generativa mediante ChatGPT

di Alessandro Volpi (Università di Pisa)

Il voto del Parlamento europeo su una risoluzione relativa al prossimo Libro bianco della difesa, in cui è incluso un riferimento al Piano ReArm Europe, fa parte di una più complessiva mobilitazione in direzione della costruzione di una gigantesca nuova bolla finanziaria e i numeri lo dimostrano in modo evidente.

Intanto, è bene specificare che la bolla è alimentata dalle dichiarazioni di Christine Lagarde che, dopo mesi di politiche restrittive, ha avviato una riduzione del tasso sui depositi, portato poco sopra il 2%, per scoraggiare le banche a muoversi in questa direzione e spingerle verso gli investimenti più remunerativi.

Nella stessa prospettiva si pone la Banca europea per gli investimenti (Bei), chiaramente orientata a finanziare la spesa militare; gli annunciati 800 miliardi di debito pubblico, che dovrebbero essere mobilitati dagli Stati e della Commissione europea, sono il motore principale di questo indirizzo finanziario che sta dando evidentissimi frutti.

Se prendiamo l’elenco delle principali società di armamenti europee vediamo che, da inizio anno, i titoli azionari sono cresciuti: Airbus Group è cresciuto del 12,6%, Bae Systems del 41%, Dessault del 45,5%, Kongsberg del 27%, Leonardo del 73,3%, RehinMetall del 92,2%, Rolls-Roycedel 41%, Saab del 58% e Thales del 76%.

In sintesi, una vera e propria cuccagna di cui hanno beneficiato i principali azionisti, i grandi Fondi europei e americani, insieme a limitate partecipazioni governative. Dunque, la celebrazione della difesa indispensabile e prioritaria per la libertà ha fatto esplodere in Borsa la bolla necessaria a compensare la crisi di Wall Street e a costruire una via di fuga dalle minacce del trumpismo finanziario.

In questo senso l’efficace azione di lobby in seno al Parlamento europeo e il modello Draghi-von der Leyen di finanziarizzazione si stanno rivelando molto efficaci nel costruire gli strumenti, e la narrazione, per l’affermazione di una nuova dimensione economica, come per i mutui subprime e poi per le big tech. Prima la narrazione del sogno immobiliare per tutti e poi quello della indispensabilità delle nuove tecnologie: ora siamo giunti alla indispensabilità delle armi liberali.

Ma quali sono gli strumenti del riarmo? Si chiamano Exchange Traded Funds (Etf).

Sono prodotti finanziari – fondi o Società di investimento a capitale variabile (SICAV) – a basse commissioni di gestione negoziati in Borsa, come le normali azioni. La caratteristica: unico obiettivo replicare fedelmente l’andamento, e quindi il rendimento, di indici azionari, obbligazionari o di materie prime. E sono, in larga misura, creati dai grandi Fondi.

Negli ultimi mesi stanno avendo un grande successo gli Etf che hanno ad oggetto indici direttamente legati all’industria delle armi.

Il meccanismo è semplice: il grande Fondo – ad esempio BlackRock – costruisce un Etf che lega a un indice creato dallo stesso Fondo e, ora, la gran moda è quella di creare indici con i titoli delle principali società produttrici di armi – da quelle americane a quelle europee – che, si prevede, beneficeranno del mega Piano Ursula von der Leyen contro ogni invasione.

Guarda caso questo tipo di Etf sta raccogliendo in misura crescente il risparmio degli europei, a cui vengono venduti dai loro gestori che hanno comprato gli stessi Etf dai grandi Fondi.

Sono molto diffusi quelli relativi a Lockheed Martin, BAE Systems, Northrop Grumman e Leonardo.

Foto: Extinction Rebellion Torino

Il “mercato” dei derivati e degli Etf costruiti sui titoli delle industrie belliche è decisamente coltivato da grandi Fondi, da hedge fund, e da banche d’investimento, che utilizzano questi strumenti, in maniera paradossale, per coprire i rischi o speculare su fluttuazioni economiche globali.

In tal senso, il tema della “tracciabilità” dell’impiego del risparmio gestito diventa sempre più cruciale, ma, al tempo stesso, sempre più difficile. La complessità dell’ingegneria finanziaria, in particolare proprio con gli Etf e con strumenti derivati, tende a rendere quasi illeggibile la destinazione degli impieghi finanziari, con l’evidente possibilità di una vera e propria trasmigrazione di massa di un risparmio dai tratti assai diffusi verso settori pericolosissimi. I grandi Fondi, infatti, rastrellano decine di migliaia di miliardi di dollari che provengono, in modo sempre più marcato, anche da fasce di popolazione con redditi bassi, a cui servono polizze previdenziali e sanitarie per supplire alla ritirata del welfare.

In una simile ottica l’opacità finanziaria diventa davvero un’insidia colossale, destinata a generare un fiume di liquidità in direzioni che certo alimentano i grandi conflitti globali. In una direzione analoga si muove l’ampio utilizzo della ricordata finanza derivata per “coprire” gli investitori dal rischio della volatilità; un impiego tanto più adoperato quanto più le guerre si moltiplicano e la loro proliferazione le rende un terreno molto favorevole alle speculazioni.

Il clima di guerra ha reso necessario il finanziamento del riarmo e su questa necessità sono stati costruiti strumenti che attraggono il risparmio collettivo rendendo tutti quanti finanziatori, più o meno consapevoli, della corsa agli armamenti. Peraltro, è bene chiarire, che si tratta di armamenti non certamente solo europei perché i principali clienti dei colossi delle armi del vecchio Continente sono decisamente al di fuori dell’Europa: dai Paesi arabi, a Israele, a varie altre destinazioni molto lontane dai confini dell’Unione europea (Ue).

In sintesi, il riarmo europeo arma la finanza e ben poco l’Ue, anche perché dei 457 miliardi di euro già spesi, ogni anno, dall’Ue più la Gran Bretagna oltre la metà si traduce in acquisti di armi prodotte negli Stati Uniti. In un simile contesto, il governo Meloni ha avanzato l’ipotesi di sgravi fiscali per le aziende che decidessero di convertirsi in produttrici di armi. In pratica, il riarmo non lo pagheremo solo con maggiori interessi sul debito pubblico, ma anche con i maggiori oneri a carico dei contribuenti per coprire l’ennesimo favore a Stellantis e soprattutto a Exor e ai Fondi finanziari che vi partecipano, certo beneficiati da una ripresa del titolo.

La strada della finanziarizzazione non si ferma qui. La Commissione europea sta discutendo un vero e proprio Piano per “mobilitare” i 10mila miliardi di euro che si trovano sui conti correnti degli europei. Si tratta di misure che consentano la totale, libera circolazione di tali risorse in direzione di qualsiasi titolo azionario o obbligazionario presente in Europa, nella logica di un unico mercato dei capitali. A ciò si aggiungono l’iscrizione dei risparmiatori a piattaforme di investimento; una possibile, ulteriore, cartolarizzazione dei crediti bancari; la creazione di conti deposito; un allentamento dei requisiti di prudenziali delle banche e delle assicurazioni; e una più complessiva defiscalizzazione.

Naturalmente, sottolinea la Commissione, tutta questa facilitazione nella mobilitazione del risparmio, dovrà essere indirizzata a finanziare il riarmo per la “difesa dell’Europa”, quindi le società che producono armi.

La parola guerra è diventata ormai lo strumento attraverso cui accelerare, in tempi record, la finanziarizzazione. Polizze, conti deposito, cartolarizzazioni, riduzioni fiscali tutto deve chiamare alle armi il risparmio diffuso e incanalarlo verso la nuova bolla con cui alimentare la “riconversione” bellica.

Colpisce davvero così che in poche settimane la lenta Commissione europea abbia annunciato il Piano da 800 miliardi di euro di maggior spesa dei singoli Stati in armi, abbia rotto il tabù del Patto di stabilità per le armi, abbia messo in moto la Banca europea per gli investimenti per finanziare le armi, abbia prodotto un documento, fatto votare al Parlamento europeo, di supremazia europea, abbia consentito la destinazione dei fondi di coesione al riarmo e, dulcis in fundo, stia chiamando alle armi il risparmio degli europei.

In parallelo la Banca centrale europea (Bce) ha ridotto il tasso sui depositi al 2,5%.

Per finanziare il Piano ReArm Europe, peraltro, Enrico Letta ha proposto di creare – naturalmente a opera dei grandi Fondi – un “prodotto finanziario accessibile al risparmio retail” e “fiscalmente incentivato”. Un’ipotesi non troppo dissimile è stata espressa da Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia e delle finanze, incontrando il favore di vari governi europei: in altre parole i titoli delle società che producono armi, in particolare quelle europee, dovrebbero essere le destinatarie dei risparmiatori, anche di quelli piccoli, che beneficeranno di sgravi fiscali e di rendimenti sicuri.

Tutti gli elementi della bolla sono stati approntati.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 54 di Aprile- Maggio 2025: “L’Europa che non c’è

28/32025 https://attac-italia.org

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