Un palestinese deve ricevere un Oscar affinché il mondo si preoccupi di quando viene attaccato?

Perché il riconoscimento intellettuale di un palestinese deve essere la base della solidarietà? Perché i media globali insistono nel sottolineare che Ballal è un regista vincitore di un Oscar?

Fonte: English version

Non possiamo accettare le regole di riconoscimento stabilite dagli stessi poteri che ci espropriano, soprattutto l’idea che sia il nostro successo a renderci degni di protezione.

Di Sleman Altehe – 25  Marzo 2025

Immagine di copertina: Hamdan Ballal, a sinistra, e Rachel Szor, vincitori del premio per il miglior documentario per “No Other Land”, assistono al Governors Ball dopo gli Oscar a Los Angeles, il 2 marzo 2025. (Foto AP/John Locher)

La sera del 24 marzo (ndt), coloni israeliani armati sono piombati nel villaggio palestinese di Susiya, nella regione di Masafer Yatta, nella Cisgiordania occupata, e hanno aggredito Hamdan Ballal, collaboratore di +972 e co-regista del film “No Other Land”, che ha recentemente vinto l’Oscar come miglior documentario. I soldati israeliani erano presenti sulla scena e hanno assistito all’aggressione di Ballal e di altri residenti e attivisti, per poi trattenere lui e altri due palestinesi durante la notte in una base militare, dove hanno subito ulteriori abusi.

Quando si è diffusa la notizia dell’agguato dei coloni, i titoli dei giornali si sono concentrati quasi esclusivamente su una cosa: la vittoria dell’Oscar di Ballal. In tutti i media occidentali mainstream – dall’Associated Press alla Reuters, dal Washington Post alla BBC – le pubblicazioni hanno usato un linguaggio sorprendentemente diretto per descrivere l’attacco al “vincitore palestinese dell’Oscar”.

A differenza di alcuni dei loro servizi sulla guerra genocida di Israele a Gaza, per esempio, queste testate hanno chiaramente nominato gli autori dell’aggressione – i coloni israeliani – e una pubblicazione tradizionalmente liberale si è spinta fino a descrivere il suo brutale arresto da parte dell’esercito israeliano come un “rapimento”. Ma l’enfasi era comunque chiara: l’aggressione e la detenzione di un palestinese è degna di nota perché gode di fama internazionale.

Naturalmente, ciò che è accaduto a Ballal non è casuale. Come co-regista di un film che documenta la pulizia etnica dei palestinesi e la violenta espansione degli insediamenti israeliani nei villaggi di Masafer Yatta, ha usato la sua piattaforma per parlare in modo diretto e non apologetico dell’apartheid e dell’espropriazione israeliana. Il suo obiettivo fa parte di una più ampia strategia di messa a tacere delle figure culturali palestinesi e di coloro che raccontano la verità, specialmente quelli che riescono a sconvolgere le narrazioni dominanti sui palcoscenici globali.

Ma l’inquadramento della sua aggressione e del suo arresto dovrebbe allarmarci. Perché il riconoscimento intellettuale di un palestinese deve essere la base della solidarietà? Perché i media globali insistono nel sottolineare che Ballal è un regista vincitore di un Oscar?

Questo tipo di solidarietà, basata sulla fama o sui risultati intellettuali, si allinea pericolosamente ai modelli coloniali di riconoscimento. Riproduce la logica secondo cui alcune vite – quelle leggibili per il pubblico occidentale – sono più dolorose, più scioccanti da violare e più degne di essere difese.

Manifestanti israeliani e palestinesi prendono parte a una manifestazione in piazza Rabin contro il piano di annessione del governo, Tel Aviv, 6 giugno 2020. (Oren Ziv)

Il messaggio di fondo è che se anche un regista pluripremiato non è immune dalla violenza di Stato, allora c’è qualcosa che non va. Ma i media internazionali non avrebbero dovuto riconoscere che qualcosa non andava quando i palestinesi senza riconoscimenti mondiali – studenti, agricoltori, madri, insegnanti, attivisti – vengono arrestati dalle forze israeliane ogni giorno? Le loro storie fanno raramente notizia. I loro nomi sono raramente conosciuti.

Una solidarietà decoloniale

La logica coloniale rafforzata da questi titoli – che vede i palestinesi di valore solo quando producono qualcosa di riconoscibile o utile per il pubblico occidentale – ha radici profonde.

Sotto i regimi coloniali, il “buon selvaggio” era sempre colui che parlava la lingua del colonizzatore, produceva arte per il consumo straniero o si comportava civilmente nei modi approvati. Nella Palestina mandataria, le autorità britanniche spesso preferivano trattare con le élite urbane, istruite all’occidentale, delle città cosmopolite di Gerusalemme e Haifa, che potevano navigare nelle istituzioni coloniali e che rappresentavano una minaccia minima per il controllo imperiale. Allo stesso tempo, durante la rivolta del 1936-39, soppressero violentemente la resistenza rurale, colpendo i contadini e gli organizzatori nazionalisti con punizioni collettive e forza militare. Oggi, il riconoscimento occidentale del “buon nativo” assume la forma di premi cinematografici, borse di studio della Ivy League o inclusione nel discorso umanitario globale.

Per essere chiari: il problema non è che le persone esprimono solidarietà a Ballal. È che questa solidarietà è spesso condizionata, selettiva e profondamente legata a nozioni di eccezionalità. Diventa più facile condannare l’ingiustizia quando la vittima può essere inquadrata come brillante, eloquente o di successo. Diventa più difficile, a quanto pare, quando la vittima è uno degli oltre 9.000 palestinesi attualmente detenuti nelle carceri israeliane – molti dei quali senza accusa o processo, e di cui non conosceremo mai il nome.

Questi arresti non sono un fatto accidentale, ma piuttosto un elemento centrale del progetto coloniale israeliano. La detenzione è un meccanismo quotidiano di controllo: della terra, dei corpi e del futuro. Nel caso di Ballal, l’esercito israeliano ha accusato lui e altri di aver lanciato pietre dopo che i coloni li avevano attaccati – un’accusa così comune da essere diventata quasi una formula. Le organizzazioni per i diritti umani hanno da tempo documentato come le accuse di lancio di pietre siano usate per giustificare arresti di massa e criminalizzare la resistenza, soprattutto nelle colline meridionali di Hebron e in tutta la Cisgiordania.

La polizia arresta un giovane palestinese durante una protesta contro un cantiere per un nuovo parco pubblico vicino alle tombe musulmane, fuori dalla Città Vecchia di Gerusalemme, 29 ottobre 2021. (Jamal Awad/Flash90)

Quello che sta accadendo a Susiya è la stessa cosa che sta accadendo in tutta la terra tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo: un sistema di apartheid che considera qualsiasi forma di presenza palestinese, sia politica che artistica, come una minaccia. È un sistema che usa il potere militare non solo per spostare fisicamente i palestinesi, ma anche per interrompere la loro capacità di raccontare la propria realtà. Il fatto che Ballal abbia usato il palcoscenico mondiale per raccontare questa verità lo rende un bersaglio. Ma l’assenza di un Oscar non rende l’aggressione o l’arresto del prossimo meno violento, meno strategico o meno politico.

Potrebbe sembrare innocuo, e anzi strategico, sottolineare che se nemmeno il vincitore di un Oscar è al sicuro, allora nessun palestinese è immune dalla violenza dei coloni e dello Stato israeliano – non l’adolescente che va a scuola, non l’attivista che resiste alla demolizione a Masafer Yatta, e certamente non l’artista che torna a casa dopo aver vinto un premio internazionale.

Ma quando lo facciamo, inavvertitamente implichiamo che gli altri sono meno meritevoli di sicurezza. Rischiamo di riprodurre la logica stessa che giustifica la violenza di Stato: la divisione tra visibile e invisibile, tra dolente e non dolente, tra eccezionale e usa e getta.

Questo non è un invito a ignorare il bersaglio degli artisti o degli intellettuali. Al contrario, è un invito ad approfondire la nostra comprensione del modo in cui opera la violenza israeliana e ad ampliare il nostro orizzonte di solidarietà.

La solidarietà con i palestinesi deve essere decoloniale. Deve rifiutarsi di giocare con le regole del riconoscimento stabilite dagli stessi poteri che sostengono la nostra espropriazione, compresa l’idea che il successo globale sia ciò che ci rende umani o degni di protezione. E deve dare spazio a tutti coloro che non riceveranno mai un titolo di giornale – coloro le cui case vengono perquisite di notte, i cui figli vengono arrestati per dei post su Facebook, la cui resistenza è silenziosa e continua e altrettanto autentica.

Traduzione di: Mavi Morano invictapalestina.org

27/3/2025 https://www.invictapalestina.org/

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